mamma

17 Marzo 2016


Cinque anni per trasformare il mio volto dal pianto al chiaro. Uno sguardo pietoso si è fatto largo tra lo spavento di rimanere solo. Abbiamo traslato il dolore nella solitudine, oggi, ieri.
Poi arriva la piena di comunicazioni veloci, irriguardose perfino, ma forti di attualità: spieghi, racconti, vorresti rimanere solo con il pensiero di chi è morto.
Da allora cerco sempre di dire “morta”, non “scomparsa”. Al massimo dico che “se n’è andata”, non uso mai la locuzione “da quando ci ha lasciati”, perché non è lei che ci ha lasciato, siamo noi che non abbiamo avuto la follia e il coraggio di accompagnarla.
Mi faccio una doccia, mi sbarbo, vedrò dei bambini, oggi, e leggerò per loro.
Questo è un buon modo per glorificarla, perché – unico rimpianto: più rimorsi che altro – è morta troppo presto: se avesse avuto più fortuna mi avrebbe visto valicare le Porte del Ticinese con la mia nave meravigliosa, la Melville, avrebbe visto quanti amici, lì a salutarmi. Avrebbe conosciuto e fatto lunghe chiacchierate con mia moglie, Manuela, il vero tesoro di Flint. E avrebbe salutato la chiglia della mia nave con il nostro equipaggio di amici fedeli e di compagni arruolati per amore e per errore, insieme a loro avrebbe visto l’alba al porto di Southtown, da cui saremmo partiti per ritrovare i mari del sud… da là, finalmente prosciolti dalle angherie della vita, saremmo tutti salpati per incrociare il Mare degli uomini liberi.
Ti vedrò, allora, madre mia: sarai il vento che riempirà la mia velatura, sarai la meraviglia di tutti i mondi e di tutti i figli.
(Oggi sono passati cinque anni dall’ultima volta in cui l’ho vista. Era sdraiata, in verità, non vedeva più…
Volevo scrivere tutt’altro)

Tuo figlio Giove
(per Minnie Cirri Gastel)

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