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“Perdonatemi perché non ricordo”, sembra una frase facile, ma è vera.
Ricordo i vostri volti e le pieghe delle vostre labbra, il sorriso che si apre, l’accento che disegna la vostra casa nel mondo, ma non tutti i vostri nomi.
Ricordo la mia ansia, arrivata come una piena di fiume tutta in un colpo, senza avvisi: pensavo di aver passato quella fase per magia, di essere diventato un guerriero esperto nelle cose della vita… mi sbagliavo. Non è così!
Grazie a Dio non è così: sono vivo, sento vividamente le emozioni, e ne sono lusingato.
Mia moglie Manuela con google maps mi ha preparato la rincorsa verso Lugano e il mio anticipo sull’orario mi ha permesso di sbagliare strada senza patemi: Sarah mi guida con la voce fino al parcheggio, smonto dall’auto e mi presento.
Avevo avuto l’impressione che avrei incontrato una ragazza giovane, magari inesperta, ma era solo una sciocca immaginazione, la mia: è bella, forte, statuaria.
Incontro subito anche il moderatore, il dottor Lorenzo Pezzoli, una delle persone che organizzano questi eventi culturali al Centro Ingrado, e mi propone subito di darci del lei: “è più rispettoso”, mi dice dietro un pizzo ordinato, un volto giovane che cela senza mistero cultura e bei modi.
“Ok – gli dico – benissimo”!
Mi fanno visitare il centro, un luogo “a bassa soglia” come si dice in gergo, che identifica una modalità di accoglienza caratterizzata dalla massima accessibilità, quindi utenti non costretti alla sobrietà totale da mille regole rigidissime e un po’ datate: ognuno fa quello che può, tutti possono accedere ai servizi incentivati dallo Stato che li aiuta con sostegni economici anche fissi. Questi operatori sono cavalieri che non si nascondono dietro stendardi da crociati. Molto più utile e moderna, questa impostazione nella cura delle dipendenze, molto più eroico il loro intervento.
Parliamo, con il professor Pezzoli e con il direttore Marcello Cartolano, delle origini delle terapie degli anni ’80, di come erano strutturati i centri e della filosofia che campeggiava allora. Discutiamo di come si è sviluppato il consumo di certe droghe e delle modalità cambiate di logorarsi: mi aggiornano perfettamente sulla società che si è evoluta nell’arte di distruggersi inesorabilmente.
Il tour nelle stanze mi dice dell’ordine e della pulizia, della serietà ma anche della disponibilità di questi staff members. Anche Cartolano ha un volto giovane e franco, avrà circa trent’anni, “avanguardia!” dico tra me e me.
Mando un messaggio alla mia meravigliosa moglie, poi silenzio il cellulare.
Salgo in una stanza in cui stanno due poltroncine, una piccola scrivania con una abat-jour che illumina il momento e un paio di libri: uno è il nostro Spade, l’altro – il “libro ombra”, lo chiama Pezzoli – è Moby Dick, Melville. Vedo una platea eterogenea, volti mai anziani, solo consapevoli, e qualche barba nera, ispida, giovinezza da vendere. Stanno sedute anche le ragazze del centro, la cosa mi rassicura un po’ perché parliamo lo stesso idioma, pensiamo lo stesso sotto testo.
La chiacchierata inizia, il “lei”domina ancora e ci starà fino alle 23, in nostra compagnia. Mi abituo, anzi: lo considero un atto di rispetto. Pezzoli ha preparato mille riferimenti che mi rendono orgoglioso del mio “romanzo onesto”, con intuizioni attente, scrupolose, anche geniali: la copia di Spade tenuta saldamente tra le mani dal professore è intrecciata da mille piccoli post it colorati.
Le parole mi escono facili, mi guardo intorno, cerco il sorriso di qualcuno, arrivano facce serie ma condiscendenti, simpatiche, piacevoli! Stimolo la mia attività cerebrale per fare la miglior figura possibile.
È una serata fantastica.
Paolo, uno degli utenti del centro, ritorna a parlarmi dopo la serata: ha lo stesso volto di quando fumavamo prima della chiacchierata ma ha una luce nuova dentro gli occhi, una luce più forte. Il mio feeling è lo stesso di sempre, sono più stanco, forse, ma anche più sereno.
Mi dice della sua vita, in poche parole: sono le stesse che avrei usato io fino a qualche anno fa. Sono parole gloriose perché sanno di dolore, di sofferenza, di passi fatti in avanti e verso il precipizio, ma che poi si è riusciti a evitare, per sbaglio, per fortuna, per forza decisionale.
Paolo è un uomo che ha gridato “Addio” alla vita e l’ha data via per una vagonata di polvere. È uno che ha recuperato le proprie macerie e le sta faticosamente ricementando. È minuto, parla a bassa voce, è già come un compagno di viaggio per mare.
Ricordo i volti nobilissimi della serata appena trascorsa, lontana solo poche curve e una dogana. Non i nomi, forse, ma le facce e le parole: anche per uno scrittore i vocaboli non sono sempre fondamentali.
Grazie a Sarah, al direttore del Centro Ingrado e agli altri membri del personale, al magnifico professor Pezzoli, agli uditori e agli utenti e a Paolo, che mi ha parlato con il cuore. Sono tutti loro, che fanno davvero la differenza.
In una serata e nella vita.

Giovanni Gastel Junior

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