spade

Era il 2004.
Pioveva sempre, sul Lago di Como e nel mio cervello. Vivevo con mio padre, medico pneumologo, nella casa di Cernobbio. Era stata una delle dimore degli Erba, ereditata da mia nonna e ora di proprietà della nostra famiglia.
Lavorando a Como, mio padre aveva avuto il privilegio di poter abitare lì, tenendo aperta solo un’ala della grande casa. Via da Milano, supermercato di paradisi artificiali e malavita, un occhio su di me che non avevo nessuno che vigilasse su di me, all’infuori della mia famiglia.
Mia madre rimaneva a Milano; separati ormai da molti anni, lei e mio padre conducevano vite parallele, ma continuavano a sentirsi per organizzare il meglio per me e per mio fratello, di due anni più piccolo. Con lei avevo contatti frequenti, io figlio degenere, lei madre spigolosa ma amorevole. Era bellissima, mia madre, e complicata. Ancora oggi i rimorsi e la sensazione di non averla conosciuta abbastanza, o di non averla amata a sufficienza, mi tengono sveglio. Una sensazione come di avere mancato un’occasione, di avere sprecato una grande possibilità.
Di lei rimangono i libri e gli articoli, le fototografie e una selva di oggetti semplici e raffinati.
Il mio amore per lei diventa preghiera, mai canzone.

Ho ereditato il mio permesso di soggiorno a Cernobbio conseguentemente al fatto che ero un tossicomane e che dovevo essere seguito da vicino. Nessun merito, solo il piccolo onere di non morire lì dentro.
Erano di nuovo anni terribili, quelli arrivati appena dopo il 2002: anni di distruzione e di follia…
di buio, dopo una resurrezione parziale intorno al 2000, nelle Americhe lontane.
All’interno del parco, a sinistra, subito dopo la cancellata che si affacciava sulla strada, c’era una
casa a due piani. Al piano terra aveva vissuto mio zio, il fotografo, quand’era giovane, ma ora era vuoto. Al piano superiore stava il giardiniere con la sua famiglia, una persona divisa a metà tra la furberia e la sottomissione. Ci aveva sullo stomaco, lo si poteva capire subito dagli sguardi, che io ricambiavo; gli sembravamo i soliti ricchi antipatici e nondemocratici. Rubava e raccontava balle, così è stato messo alla porta.
Iniziai a farmi lì dentro, nella “casetta”: protetto nella recinzione della villa, ma distante da mio padre, se non altro per evitargli brutte visioni. In quell’epoca mi sparavo coca in vena, solamente
coca. La compravo a Milano, a Quarto Oggiaro, in via Pascarella. I pusher lavoravano metodicamente dalle 20:00 alle 2:00 di notte.
Erano buste di carta colorate di giallo o di verde, a volte azzurre. Mezzo grammo pieno per ogni busta, qualità garantita. Ne compravo qualcuna, poi mi facevo l’autostrada a manetta sul maggiolone cabrio, con in mente il sibilo che la droga avrebbe creato nelle orecchie e il flash di quando saliva come antipasto. Tutte le sere facevo quel tragitto, ogni giorno, per mesi. Ricordo solo la strada, sempre quella, la stessa ogni notte, anche se allungavo di un pezzo rispetto al percorso più rapido: i tossici sono scaramantici. Quando rientravo a Cernobbio superavo il cancello e in genere parcheggiavo nel cortile quadrato, sotto i portici. Quella volta invece posteggiai appena fuori dalla “casetta”.  Entrai e iniziai a preparare: versai la coca dalla busta al cucchiaio, poi aggiunsi acqua e riempii una siringa da 2,5 ml, quelle da iniezione intramuscolare, per intenderci.
Di solito me la facevo in due volte, ma quella sera mi sentivo proprio bene, e la voglia di sballo superava la prudenza. Tutta la busta dentro, oramai godevo solo quando sentivo il cuore sussultare, maledetta malattia di tossicomane! Feci girare un po’ il cucchiaio fra le dita, per mescolare e far sciogliere la coca. Allungai il braccio destro e presi la vena con l’ago nella mano sinistra. Tirai indietro lo stantuffo per vedere se la spada era in vena, poi iniziai a spingerlo.
La coca già saliva al cuore, la sentivo nel corpo quando ancora non avevo finito di spararla dentro.
Iniziò a girarmi la testa, poi cominciò a girare tutta la stanza. Tirai fuori l’ago dalla vena, ma era troppo tardi: caddi al suolo, il cuore che pulsava in testa come il battito di mille tamburi assordanti, le orecchie che sibilavano e rumori di ogni genere come amplificati da megafoni distorti.
Mi dissi subito che dovevo uscire o sarei morto lì dentro, mi avrebbero trovato cadavere…Sfiorare la morte dà sempre una vibrazione succulenta, io gridavo al mondo sottraendomi alla vita per qualche ora. Ma qualche volta, nonostante si possa pensare che un drogato viva per lo sballo, per la sensazione, qualche volta, io desideravo morire. Forse era così anche quella sera. Infatti pensavo che ci sarei morto, in quella casa, e da solo. Non riuscivo a reggermi in piedi, continuavo a cadere: per prima cosa abbracciai la tazza del cesso, poi cercai a tentoni di arrivare alla porta, ma, già sulle ginocchia, mi sembrava di non farcela. Ero sicuro che se mi fossi steso per terra e lasciato andare, sarei stato spacciato. Riprovai ad alzarmi, era l’unica cosa che dovevofare. Il corpo faceva i cazzi suoi, era ingovernabile come una barchetta nella tempesta. Per passare la porta, che avevo richiuso a chiave dopo essere entrato, dovevo riuscire ad arpionare la maniglia, ma le mani non seguivano i comandi della testa. Tutto roteava ancora fortissimamente e continuavoa cadere! Il pavimento ruotava come la peggiore delle giostre. Spaccai la porta a vetri con gli avambracci, il sangue iniziò a colare sul mio corpo e su tutto quello che toccavo. I vetri andarono in frantumi, io caddi di nuovo: “Non ce la faccio, cazzo! Non ce la faccio…” Così mi dicevo, mentre maledicevo la quantitàdi coca che mi ero sparato, tutta la busta…

Ero spaventato, avevo paura. Il frastuono risvegliò il giardiniere. Io grondavo sangue come un maiale sgozzato. Alla fine riuscii ad aprire la porta, uscii finalmente nel mezzo della notte, coi lampioni della piazza su cui si affacciava il nostro cancello che spruzzavano luce gialla sulle imposte marroni della casetta, sulle foglie degli alberi e sul resto.

Era tutto giallo, in quel momento. Invischiato nelle trame della dipendenza, preso in una rete stringente senza potermi muovere al suo interno, solo potevo calibrare la quasi immobilità dei miei arti in uno spazio sempre più buio e angusto. Raggiunsi l’auto parcheggiata appena lì fuori, tirai fuori di tasca le chiavi, e tremando come un ossesso aprii la portiera dal lato del guidatore. Intanto passava l’auto del metronotte, che ogni ora faceva un giro nel parco della casa. Fu peggio di qualunque brutta figura. Mi resi conto che avevo bisogno di aiuto, e che l’aiuto spesso non si chiede per favore, ma urlando. Aveva nevicato di recente e i pezzi di ghiaccio faticavano a sciogliersi. Ne presi un po’ per lavarmi via il sangue che sgorgava dalle ferite procurate dai vetri della porta, ma senza grandi risultati…
Iniziai a suonare il clacson, per richiamare qualcuno in mio soccorso.

Ero convinto che sarei morto, che il cuore non avrebbe retto e continuavo a tremare, incontrollatamente. Il metronotte uscì dall’auto, mentre dalle scale scendeva anche il giardiniere. Quest’ultimo non disse niente, né sul momento, né poi. Rimase in silenzio, dall’inizio alla fine. Forse non sapeva cosa cazzo dire, ma fu meglio così.
Io gli dissi solo, per favore, di non entrare nella casa, e di non far entrare lì i suoi figli. Almeno questo glielo devo riconoscere: è stato onesto, non ci ha giocato su. Disse alla sua famiglia di rimanere in casa. Credo sapesse che ero un tossico, e quando mi vide con le braccia sanguinanti e la mente in pezzi, decise di non fiatare.
«Chiamate mio padre. Mi sono fatto di coca, diteglielo!» chiesi poi al metronotte allibito.
Prima si accertò col giardiniere che fossi davvero il figlio del dottore. Intanto io stavo seduto sul ghiaccio, le quattro frecce del maggiolone accese scandivano, intermittenti, la mia piccola scena dell’orrore. Alternandosi, illuminavano il mio volto che però non riconoscevo sul finestrino, le braccia sanguinanti, i cocci del vetro infranto sugli avambracci. Pensavo che mio padre mi avrebbe portato di corsa all’ospedale, per far monitorare il battito, per
evitare l’infarto che – credevo – stava per sopraggiungere.

Lo vidi che usciva dal portico con passo lento, come rassegnato. Passava di fianco al motoscafo in secca, il Riva di mio zio; lo seguii mentre attraversava l’arcata per venirmi incontro. Lo sguardo basso e nessuna fretta. Quei passi segnavano un punto di non ritorno, un superamento dell’ultimo confine, erano la marcia funebre di chi ha perso ogni speranza. Le luci dell’auto tinteggiavano una specie di alba chimica intorno a me, tutto surreale, scandito da attimi infiniti. Lo guardavo e non capivo, di solito era premuroso, con me. Era suo l’incarico di sorvegliare le mie brutture e di accudire le mie membra flagellate, se l’era scelto lui quel compito infernale e divino insieme, impedirmi di morire, mentre mia madre scrivevaarticoli e libri nella sua Milano, e mi amava da lontano. Lei piangeva l’impotenza in cui relegavo il suo difficile ruolo di madre.
Insieme, lei e mio padre cercavano ogni soluzione per trarmi in salvo dall’oscurità. Non so come
abbiano potuto sopportare le mie scelte buie. Quella volta vidi che mio padre non ce la faceva più. Prima di Cernobbio, prima di abitare nella dimora antica sul Lago di Como, prima dell’amore di mio padre gettato al vento e preso a sassate, c’era stato un momento in cui i miei genitori si erano dati da fare perché io entrassi in una comunità terapeutica.Un momento in cui fui più collaborativo. Un momento in cui ascoltavo le proposte di aiuto. Magari non le seguivo, ma perlomeno ascoltavo. Erano gli Anni Novanta. Erano gli albori di una sobrietà presto frantumata contro un destino decadente.
Ma in quel momento, davanti alla villa e fuori di me, quasi un decennio dalla mia prima volta, dalla mia prima dannazione, capii che, per mio padre, io ero come già morto.

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1 Comment

  1. Ho letto il libro due volte, ora non lo trovo più. Forse l’ho dimenticato nella casa di Castro, al mare. O forse mi piacerebbe fosse lì. Mi è piaciuto tanto Spade e credo che la mia piccola biblioteca del mare sia il suo posto, a Castro nel salento c’è un mare di mille verdi e tante rocce, ma che sa minacciare forte. In Spade io ci ho riconosciuto una tempesta buia che ho solo sfiorato, ma vissuta da molti a me vicini, raccontata con una scrittura tanto elegante quanto sincera. Mi ha aiutato a comprendere e conoscere. Grazie, Mary

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