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LA GRANDE MAREGGIATA – PARTE 2
Illustrazione di Giovanni Gastel jr

Comprai subito delle sigarette con i soldi avanzati dal conto a San Vittore. Credo ci fosse vento, e quella brezza fu straniante: vidi le mura alte del carcere, ma era come guardare un’onda oceanica da sotto: sembrava una torre immensa, una Babele impossibile e oramai abbandonata sul punto di crollarti addosso. Scappai: dallo tsunami bisogna fuggire in fretta. Cercai la mia cella all’interno del perimetro ma non capivo nemmeno da dove fossi uscito… forse è solo che non me lo ricordo più, ora.
Me ne andai passeggiando veloce. Una strana ebbrezza mi pervase, chiacchierai con un altro rilasciato, ma mi parve di sentire ancora l’odore acre del carcere. Lo abbandonai subito e mi recai là dove mi avevano arrestato, dalle parti di Porta Romana, dove avevo lasciato il mio Maggiolone: sperai che partisse, e partì. Fui felice, perché amavo quell’auto, e così potevo raggiungere casa senza treni. Feci benzina e chiamai mio padre da una cabina telefonica. Quando arrivai a Cernobbio, il comando dei Carabinieri era già chiuso, non sapevo che fare, speravo di non aver sbagliato, di non dover subito essere arrestato. Chiamai il 112 e dissi loro di quanto accadde: mi dissero di presentarmi la mattina seguente, e così feci. Avevo scontato poco, dentro, un mese circa, e mi restavano un anno e quattro mesi di domiciliari, un lungo periodo, tutto sommato, ma fuori dalle mura.
Di quel periodo ricordo poco, ricordo che mio padre dovette scrivere il mio nome sotto il citofono, e che si industriò per allungarne la suoneria fino al piano di sopra: bastano due sole volte in cui non senti che i Carabinieri stanno suonando al citofono, e possono riportarti dentro per evasione.
Sembra ridicolo, anche perché non ruppi mai i domiciliari, fui sempre ligio e solerte, ma accadde, una volta, che gli appuntati suonarono senza che né mio padre né io sentimmo nulla. Erano le tre di notte, si poteva forse insistere oltre i due canonici squilli, diciamo.
Loro segnarono la non risposta e il giorno seguente vennero a chiederci dove fossimo stati la notte precedente.
Dove diamine pensavano che fossimo, io appena uscito dal carcere e mio padre, medico sessantenne?
Maledetti…
Ogni giorno passavano tre fottute volte. Mettiamo che io stessi dormendo e che mio padre stesse radendosi col rasoio elettrico.
Mettiamo che suonassero un paio di volte e che nessuno sentisse il citofono. Che cosa avrei dovuto fare?
Tornare dentro. Ecco tutto.
Iniziai ad allenarmi, dentro casa e sul terrazzo: per i primi mesi non potevo nemmeno OLTREPASSARE dall’uscio di casa, secondo il giudice, e così feci.
Presi vitamine e mi feci comprare dei pesi. Mi rasavo i capelli a un millimetro dal cranio, e a forza di flessioni e di manubri arrivai a pesare oltre i novanta chili.
Le prime notti non furono come le avevo sognate, imparai presto che spesso la vita ti sorprende in questo senso… cazzo: mi mancava dormire a fianco dei miei concellini, mi mancava il caos rumoroso del carcere. Ci credete? Ero a casa, eppure non ci stavo bene.
Mio padre fece di tutto per farmi sentire a mio agio, e lo stesso fece mia madre, che non poteva farmi visita perché, essendo separata, non compariva sullo stato di famiglia.
Ogni tanto pensai che fosse assurdo, che fosse troppo, pensando che in fondo avevo chiesto a una donna di darmi i cinquanta euro che aveva prelevato. Ma la realtà era quella, e così andò.
Rimuginai infinite volte su ciò che sarebbe accaduto se non fossi andato a prelevare, se solo avessi fatto un’altra strada, se avessi scelto un altro bancomat, un altro momento. Ogni tanto ci penso ancora, ma poi rifletto e mi dico che è stato giusto fermarmi, che avevo bisogno di affondare come una nave su uno scoglio visibile ma inevitabile. Che meritavo di essere condannato per il mio reato di ‘predoneria’, di brigantaggio da due soldi. Ora non ci penso nemmeno più.
Piano piano mi riavvicinai alla vita, iniziai a tenere un blog su un social ormai andato perché non potevo avere nessun contatto diretto con nessuno. Non scrissi mai, per i primi mesi, al mio amico S., perché avevo paura di commettere un crimine, di essere controllato anche nelle missive per il carcere.
Però, ogni settimana gli facevo inviare dei soldi, perché potesse stare al meglio nella casa circondariale. I Carabinieri mi facevano visita anche tre volte al giorno e io li maledicevo ogni volta: devo dire che non ho incontrato mai nessuno così solerte e diligente nel proprio lavoro. Le loro facce le ho stampate nella mente. Il maresciallo, il sottoposto. Un grassone, un pizzo sfigato. Due bravi uomini, devo proprio dirlo.
Ma sono lontano da tutto quello: ora soffia il vento che forse porterà onde, sono abbronzato, mia moglie pittura un calorifero, il nostro cane ha appena mangiato e mia zia è felice.
La tramontana si fuma un po’ delle mie sigarette, ma è piacevole, fresca, in questo agosto di calore.
Nel 2008 mi abituai a stare a casa forzatamente, iniziai ad avere permessi di visita ed ebbi una fidanzatina che mi raggiungeva due volte alla settimana da Milano, col treno.
Io e mio padre iniziammo a passare molto tempo insieme, lui pur lavorando. Era con me affettuoso come sempre, ero io che dovevo solo predisporre nuovamente il mio animo ai sentimenti. Lo feci a fatica, ma ci riuscii. La sera guardavamo sciocchi telefilm americani, infine decidemmo di prendere dei cani. Scegliemmo tre labrador, cuccioli bellissimi, che poi divennero quattro.
Facevano a pezzi qualsiasi cosa, e stavano nel cortile della casa. Solo quando c’era il temporale, che sul lago scende come pietra, spietato e bellico, aprivamo la porta ai cani terrorizzati: questi correvano verso di noi, sbattevano uno dopo l’altro contro la parete e si rifugiavano tutti e quattro sotto il divano del salotto. A quel punto interrompevamo il telefilm, ci accucciavamo vicino a loro e sorridevamo insieme, io e mio padre.
Sorridevamo di gioia, un sorriso un po’ spento dalle vicissitudini della mia vita, ma in fondo eravamo sereni.
Poi arrivò la felicità e piano piano altri sentimenti, altre sensazioni si fecero strada sulla desolata piana della mia giovinezza. Ci vollero tempo e sforzi, e minuti e ore noiose e faticose, ma finalmente arrivò tutto.
La vita mi ridiede ciò che per un po’ aveva vietato ai miei sensi, e ora sono, ancora e in maniera differente, felice.
Sono gli ultimi giorni di vacanza, la pioggia ha soppiantato l’afa, alcuni pensieri volgono diretti verso il cielo settembrino della nostra città grigia, ma ancora ho l’animo disposto al sole di queste terre, di questo mare cangiante.
Carlito non è già più qui, in quest’agosto magico e luminoso, surferò da solo, da solo affronterò i picchi chiari delle onde che si frangono, e io penserò a lui e a tutti i miei compagni di ventura; se penserò al carcere ricorderò solo gli occhi buoni e gli abbracci, mentre aspetto il libeccio che porta frangenti.
Aspetto la grande mareggiata di fine agosto, ho pronta la cera e la tavola, il leash terrà la forza delle onde, e il mio spirito, ora, è libero.

 

The big swell.  Part II

I immediately bought some cigarettes with the excess cash from the account at San Vittore. I think there was some wind, and that breeze was estranging: I saw the high walls of the jail, but it was like watching an oceanic wave from under the water: it seemed like an immense tower, an impossible, forsaken Babel about to fall down on me. I ran away: you must run quickly from a tsunami. I looked for my cell in the perimeter, but I didn’t even realize from where I had gone out…perhaps I don’t remember it, now.

I walked away, fast pace. A strange inebriation came over me, I had a word with another released, but I still had the impression of the acrid smell of the jail. I soon left him and I went there – where I’d been arrested, near Porta Romana, where I had left my Maggiolone: I hoped it would work, and it did. I was happy, because I loved that car, and because I could reach home not by train.

I got gas and I phoned my father from a pay phone. As I arrived to Cernobbio, the Carabinieri station was already closed, I didn’t know what to do, I hoped I wasn’t wrong, I hoped they wouldn’t arrest me immediately. I phoned 112, and I told them about what had happened: they told me I should come back the following morning, so I did. I served my sentence into the jail for about a month, and I still had a year and four months of home detention, a long period indeed, but outside the prison walls.

I haven’t many memories of that time; I remember that my father had to write my name under the intercom, and he tried hard in order to lengthen the ring to upstairs: it takes two times you don’t hear the ring, and they can bring you to prison again, for jailbreak.
It sounds ridiculous, even because I never violated the home detention – I’ve always been faithful and diligent. But once, the corporals rang while neither my father nor I heard anything. It was three o’clock in the morning, you know, they could have insisted over the two established rings.

They took down the non-response, and the following day they came asking us where we had been the night before.

Where the hell did they think we were, me – fresh out of prison – and my father – a sixty-year-old doctor? Damned…

Each day they came three fucking times. Suppose I were sleeping and my father shaving with the electric shaver. Suppose they rang a couple of times and nobody could hear the intercom. What should I have done? Come back to prison.
That’s all.

I started training, inside home and on the terrace: for the first months I couldn’t even cross the doorstep, according to the judge, and so I did. I took vitamins, and I got some weights. I had my hair almost shaved off, and, with push-ups and barbells, I came to weigh over two hundred pounds.

The first nights were not as I had dreamed – I soon learned that life often astonishes you in this sense… fuck: I missed sleeping next to my cellmates, I missed the noisy chaos of the jail. Do you believe it? I was at home, and yet I didn’t feel good there.

My father did his best to make me feel comfortable, and the same did my mother, who couldn’t visit me because, for she was separated, she didn’t belong to the family status.

Sometimes I thought it was absurd, it was too much, thinking that I had asked a woman to give me the fifty euros she took at the ATM. However, that was the reality, and that is how it went.

I thought over and over again on what would have happened if I hadn’t gone taking, if only I had gone another way, if I had chosen another ATM, another moment.

Sometimes I still think about it, but then I reflect and I tell myself it was good to stop, and that I needed to sink like a ship against a cliff, visible but inevitable; that I deserved to be condemned for my ‘marauder crime’, of a two-bit brigandage.
Now I don’t think about it anymore.
Bit by bit I got back to life, I started blogging on a social network – now old because I wasn’t allowed to have any direct contact with anybody. During the first months I never wrote to my friend S., because I was afraid of committing a crime, of being controlled even in the letters to the jail.
But each week I sent him some money, for he could feel the best in the correctional facility.

The Carabinieri came to visit me even three times a day and I swore at them each time: I have to say that I’ve never met anyone so steadfast and diligent in their job. I have their faces in my mind.
The marshal and the subordinate. A fatso, a dorky.
Two good guys, I must say.
But I’m far from that: now the wave-bringing wind is blowing, I’m tanned, my wife’s painting a heater, our dog just ate and my aunt is happy.
The tramontane smokes some of my cigarettes, but it’s pleasant, fresh, in this hot august.
In 2008 I got used to stay at home forcedly, I started to get permissions to receive visits, and I had a girlfriend who reached me two times a week from Milan, by train.

Me and my father started to spend a lot of time together, although he had to work.
With me he was kind as usual, I only had to make my heart ready to feelings again. I did it hard, but I did. At night we watched stupid American TV series; finally we decided to buy some dogs.
We chose three Labrador, very nice puppies that then became four.

They destroyed everything, and they stayed in the yard of the house. Only during storms – that rains like stones on the lake, fierce and menacing – we opened the door to the frightened dogs: they ran toward us, one by one they bumped against the wall and they all took shelter under the sofa in the living room. That’s when we stopped the TV series, we curled up next to them and we smiled together, me and my father.

We smiled of joy, a smile that was a little off for the vicissitudes of my life, but deep down we felt good.

Then happiness arrived, and little by little other feelings, other sensations made their way in the deserted plain of my youth.
It took time and efforts, and minutes and hours boring and hard, but finally we got everything. 
Life gave me back what it denied to my senses, and now I’m still happy in a different way.

It’s the last days of holidays, rain has replaced mugginess, some thoughts turn towards the September sky of our grey city, but still my soul aims to the sun of these lands, of this shimmering sea.

Carlito is no longer here, in this bright and magic August, I will surf alone, alone I will face the light peaks of the crashing waves, and I will think of him and of all my fellows; if I think about the jail, I will remember just the good eyes and hugs, while I wait for the libeccio carrying breakers.

I wait for the big swell of the end of August, I have the wax and the surfboard ready, the leash will keep the strength of the waves, and my spirit is free now.

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