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Mia madre si ammalò dopo avere avuto antipatie con la vita, dissidi personali e conflitti contro la mia infinita storia di dipendenza. Forse fu proprio quella a definire la sua dipartita: mi disse che le mie peripezie tardo adolescenziali non l’avevano certo aiutata. Un giorno andai a trovarla e la trovai incazzata con Dio e con gli uomini, e aveva ragione. Quella volta non riuscii a mangiare per un giorno intero: anche lontano dalla casa che aveva comprato a Milano, immaginavo il suo corpo straziato dalle operazioni e le infinite, devastanti conseguenze delle cure a cui si sottoponeva. Non osavo nemmeno accarezzarla, mi sentivo sporco di droga e non sapevo consolarla.
Questo mi fa male ancora oggi.
Ero stato un pessimo figlio, l’avevo amata moltissimo ma con una particolare avversione per le sue piccole idiosincrasie; mi abitava un sentimento duplice, diabolico, che mi faceva sentire distante da lei, anche se siamo sempre stati vicinissimi. Ma io, ribelle e malvagio, avevo sempre qualche appunto da farle, avevo sempre qualche cattiveria pronta, una critica crudele, un movimento spietato. E questo era solo perché mi aveva educato severamente – e bene – con amore e con saggezza, e perché quando si era separata da mio padre le cose erano crollate impietosamente, senza barriere. La sua arrabbiatura si protraeva senza confini dentro di me, ne sento ancora l’eco, se ci penso. Mio Dio, non credo che tu abbia così a cuore gli uomini, sai?
Poco tempo dopo la sua morte io ripresi in mano la mia vita, mi fidanzai con Manuela che ho sposato in amore, e tenni la mia condotta saldamente ancorata al timone, talvolta basculando con la chiglia, ma senza perdere più acqua: finii di far scarrocciare il mio scafo maledetto che era come senza deriva, rinforzai la velatura e seguii la rotta del bene, della sanità, della guarigione. Non che in questo fui particolarmente bravo, fui piuttosto fortunato, ecco! Ma la buona sorte per un marinaio di ventura è quasi tutto.
Non vide, mia madre, la mia nave superare scogli e secche insidiose, non vide che mi allontanavo finalmente dalla costa maledetta, né vide mai che fui capace di navigare in mare aperto, con le vele gonfie di alisei benedetti, finalmente giunto nel mare degli uomini liberi.

“Gastel, venga su, che le dobbiamo dare una comunicazione”.
Stavo correndo in cortile durante l’ora d’aria, ero sudato, l’estate bruciava come non mai, nell’infernale cemento del Bassone.
“Ti stai allenando, eh? Per farti più ragazze, una volta fuori?”
“Non so ancora quando uscirò.”
“Eh, allora te la do io la bella notizia: stai uscendo oggi!”
Le parole mi si bloccarono in gola. Non volevo ringraziare più di tanto l’appuntato, non era cosa da farsi, in carcere, ma le sue frasi senza volto le ricordo benissimo.
“Grazie, appuntato, lei è stato gentile con me, e lo apprezzo molto.”
“Vada a prendere le sue cose, la pattuglia la sta aspettando.”
Il commiato fu svelto, mi cambiai e misi i vestiti dentro un sacco nero, come dopo San Vittore, e abbracciai i miei compagni, molto emozionato. Nel braccio a gran voce sentii la parola “liberante” pronunciato dai carcerati, e fui felice di questo perché significava che mi ero comportato bene, che erano felici per me. Io ero all’apice della gioia: non mi aspettavo una scarcerazione così improvvisa, dopo essermi rassegnato a passare dentro tutta la mia pena.
Non ebbi il tempo di salutare i miei compagni di pena con un discorso, come mi ero preparato a fare durante la carcerazione… li abbracciai stringendoli molto, però, questo lo ricordo nettamente.
Lasciai i miei libri in cella, pregando i miei compagni di riportarli in biblioteca, e presi solo i miei disegni: “ciò che trovi in cella rimane in cella”: le riviste avrebbero allietato altri, dopo di me. I miei disegni li avrei appesi alla parete della mia nuova camera da letto.
Ripassai dal posto di controllo, per i documenti e per ritirare i soldi.
“La saluto appuntato.”
“Spero per lei di non vederla più, qui”
“Non dubiti”
Il decreto legge che mi aveva costretto a rientrare in galera era durato solo due mesi, due mesi che io avevo scontato dentro, combinazione sfortunata, tutto qui, potrebbe sentenziare chi in prigione non è mai stato.
Il magistrato mi aveva fatto rientrare ai domiciliari, con un paio di ore d’aria al giorno da passare nel comune di Frascarile dove feci altre amicizie, ma questa, come si dice è un’altra storia. I Carabinieri di Brede avrebbero sorvegliato la mia condotta insieme con l’Uepe di Pavia. Furono tutti dei diligenti professionisti e non ebbi mai scontri con loro, devo ammetterlo, e i controlli non erano così maniacali e maliziosi come a Cernobbio.
L’emozione fu gigantesca, credo simile a… nulla, in verità: non avevo mai provato un sollievo simile. No, non ci sono cose a cui paragonare quell’emozione: avevo immaginato tante volte, soprattutto all’inizio, di uscire dal portone del Bassone come da San Vittore, di ritirare i soldi depositati sul conto, e poi di prendere qualche autobus o un treno fino a casa: mio padre, in quei mesi, si era trasferito. Da Cernovo si era spostato in campagna a Castellareta, sulle terre amministrate dallo zio N.
Aveva preso casa lì dove un tempo andavamo a passare i week end ospiti al mulino di mio zio Luigi, fratello maggiore di mio padre… che meravigliose avventure, trascorse in mezzo alla nebbia di quei luoghi duri ma poetici, impetuosi come i corsi d’acqua dove il luccio caccia le sue prede! Eravamo tutti immersi a giocare senza fine tra le balle di fieno e gli amori immaturi, infervorati dalle amiche di mia cugina D.
Gli sbirri mi aspettavano frementi e nervosi al cancello del Bassone: non immaginavo che mi avrebbero accompagnato fino a casa, fino a quelle terre lontane e spietate come sanno essere in campagna. Ho sempre pensato che solo l’uomo è cattivo, non gli animali, non le terre. Questo luogo era spartano, ma senza che potesse covare odio nei miei confronti. Il primo impatto, però, nonostante l’ebbrezza della libertà, fu durissimo, come calcare, come pietra, come… l’argilla che permeava tutti i terreni di Castellareta.
Stavo tornando a casa, tutto tornava a essere possibile: avrei scontato la mia pena fino in fondo ma questa volta a casa con mio padre, avrei rivisto mia madre, avrei potuto accarezzare ancora i nostri cani cresciuti: Jack, White, Berni e Honey.
Avrei dovuto indicare alla pattuglia di polizia la strada, ma erano anni che non la facevo.
Il percorso fu difficile da ricordare, sbagliammo strada un paio di volte e gli sbirri si arrabbiarono con me. Io avevo astio nei loro confronti…
“Ma come, stiamo andando a casa sua o no? E non si ricorda la strada?”
Maledetti.
Avevo paura che mi riportassero indietro, balbettavo o stavo zitto, e dicevo loro che era tempo che non facevo quella strada, che di solito guidava mio padre. Ricordo che quello che guidava l’auto pattuglia teneva la pistola nel vano dentro la portiera sinistra, forse pronto all’intervento che, ne sono sicuro, si augurava da bravo sbirro…
Mi sarebbero mancati i ragazzi della 120 e gli altri amici, ricordo che chiesi a Q. di salutarmeli tutti, e lui promise che l’avrebbe fatto. Ma il sollievo e la felicità di uscire di nuovo alla vita cancellò presto anche quei ricordi, ponendoli in un cassetto che, solo oggi e in qualche altra occasione, mi appresto a tirar fuori.
Presto fummo a casa, mi accolse mio zio, gentiluomo di campagna, che garantì per me: mio padre stava rientrando.
Ricordo solo che mi trovai a fumare fuori dalla cucina, al di là della corte di casa, verso i campi. Allora non esisteva ancora il giardino pieno di amorevoli cure di mio padre, la terra era brulla, durissima, il vento la batteva senza pietà e il sole picchiava sulla faccia. Sembrava che tutte le cose del mondo mi indicassero un’avversione, una manifestazione di ostilità.
È un’immagine che non posso più cancellare, né lo vorrei, d’altronde.
Avrei poi avuto molti piaceri, visite, amori nuovi, amici inattesi, ma allora, io ero solo un tossico appena uscito dal carcere.
La corrente d’aria secca batteva ma non era buona per navigare: era un vento forte e inquieto, iracondo, indomabile. Ero ancora al porto, al porto di Deadtown, la città morta. La mia casa si chiamava Oltrevilla come se fossimo oltre ogni cosa conosciuta, in un limbo antipatico e duro come quella terra sassosa e compatta, che non permetteva coltivazioni se non con grande sforzo. Avevo l’impressione che la mia anima fosse della stessa materia, dura a essere ingentilita. Ma con le cure dei miei genitori, la tutela dell’organo di vigilanza e i nuovi amici di Frascarile, piano piano, tutto si fece più morbido, il tempo passò e anche la casa divenne più accogliente. Poi divenne la mia casa.
Ero tornato a casa, potevo riprendere una navigazione incerta, è vero, ma ero, finalmente e di nuovo, affrancato.
Pronto a riprendere il mare, il mare meraviglioso degli uomini liberi.

(Fu proprio a Deadtown, anzi: a Medi, che iniziai a occuparmi di gioielli in argento. Avevo iniziato a forgiare anelli con dei disegni smaltati da un’artista locale, bravissima. Essi portavano sull’ovale, dipinti con mestiere inaudito, personaggi del medioevo giapponese: samurai, geisha, ronin, monaci guerrieri, signori feudali. Un giorno chiesi a mia madre se ne volesse uno, e le dissi che c’erano molti bei dipinti di geisha da riprodurre. Lei era già ammalata, anche se nessuno pensava che la malattia l’avrebbe rovinata così pesantemente, che l’avrebbe rotta. Lei per la verità non si fece mai piegare, era una donna forte e bellissima, e aveva coraggio. Era meravigliosa.
“Una geisha?”, mi disse
“Ma io non sono mica una geisha!
Io sono un samurai…”)

Dedicato a mia madre, un samurai della vita.

L'anello della Geisha- Samurai realizzato per mia madre
L’anello della Geisha- Samurai realizzato per mia madre

 

My mother got sick after much fighting against life, personal conflicts and efforts to contrast my endless addiction. Maybe this last was the one thing to eventually determine her demise: she told me my youth adventures surely hadn’t helped her. One day I went visiting her, she was mad at God and mankind, and she was right.

That time I couldn’t eat for the whole day, even though I stayed away from the house she had brought in Milan; I could imagine her body tortured by operations, and the endless fear she felt through the cures.
I didn’t even dare to caress her, I felt dirty of drugs, and I couldn’t help her; today I am still suffering from that.

I had been a very bad son, I had loved her very much, but I couldn’t stand her human frailties. I was inhabited by a twofold and diabolic feeling, that kept me far from her, although we had always been so close.
Rebel and diabolic, I had always some complain against her, some ready malice, some cruel critic:it was a kind of eternal animosity.

All of that was because she had raised me in a severe – and good – way. With love and wisdom. Because when she broke up with my father, everything ruthlessly collapsed, with no barriers.
Her anger has remained within me, I still fell the echo of it, when I think about it. My God, I don’t think that You care so much for people, you know?

A little time after her death I took my life in my hands, I got engaged with Manuela, and I married her. I steered my life and kept my ship going straight, and although sometimes I was swinging, I didn’t leak.
I steered my ship – in the condition she was – towards Good.
I wasn’t particularly good at it, but I was lucky, and to a seaman of venture luck is almost everything.

My mother never saw how I steered my way though the rocks and the shallows, she never saw me turning the back to the damned shore, neither travelling into the open sea, the sea of the free men.

 

«Gastel, come here, we have a communication for you».

I was running in the yard during the free hour; I was sweated, the summer was so hot in the infernal cement of Bassone.

«You are working out, aren’t you? To do more girls when you are out?»

«I still don’t know when I’ll be out».

«Well, then I have good news for you: you’ll be out today!»

I felt like a lump in my throat and I couldn’t speak. I didn’t want to thank the guard too much, that’s something you shouldn’t do in jail. But I remember very well his voice with no face.

«Thanks, sir, you were kind to me, I really appreciate that.».

«Go and take your things, the patrol is waiting for you».

The goodbye was quick, I dressed up and put my clothes in a garbage bag, as in San Vittore, I embraced my mates with commotion. In the wing I heard voices calling my name aloud, and I was happy because that meant that I had behaved well and that they were happy for me. I was at the height of my happiness, I didn’t expect such a sudden release, I had given up hope and expected to spend in jail all the time left of my sentence.

I left my books, asking my mates to bring them back to the library, and I took only my drawings: what you find in the cell remains in the cell. The others after me would like the magazines. I would hang the drawings in my new bedroom. I came back to the checkpoint to take my documents and my money.

«Goodbye, sir».

«I hope not to see you again in here».

«You can be sure».

The law that had forced me to go back to prison had lasted only two months, the two months I spent inside. The judge returned me to house arrest, I had to spend two hours a day in Frascarile, where I made new friends. But, as they say, this is another story.

The police of Brede and the Uepe of Pavia were going to supervise my conduct. They were good professionals and I must admit I never had any problem with them. Their controls weren’t as manic and malicious as the ones in Cernobbio.

The emotion was huge, like… nothing. I had never felt so relieved. There is nothing I could compare to that emotion: I had imagined many times, especially at the beginning, myself leaving Bassone like San Vittore, taking the money on my account, taking some bus or train home. In those months my father had moved away. He had moved from Cernovo to the countryside of Castellareta, in my uncle N’s estate.

He lived where we used to spend the weekends as hosts in the mill of my uncle Luigi, my father’s elder brother… Those wonderful adventures in the fog of unpoetic and tough places, harsh and poetic like the river where the pike hunts for its preys. We played among the bales of hay, and played the inexperienced lovers with the girlfriends of my cousin D.

The police were waiting for me at Bassone‘s gate, all nerves. I didn’t imagine that they would take me home, in those far and ruthless lands in the countryside.

I was going back home. Everything became possible again. I would serve my sentence, but this time at home with my father, I would see my mother again, I would caress our big dogs: Jack, White, Berni e Honey.

I should have shown the police the route, but I hadn’t been there in years. The road was difficult to remember, I lead them astray twice and they got mad at me. I hated them.

«What? Aren’t we taking you home? And you don’t even remember the road?»
I hated them.

I was afraid they would take me back, I stuttered or remained in silence, I told them I usually didn’t go that way and my father drove. I remember that the one who was driving kept the gun in the left door. That was strange. I would miss the guys from the 120 and the other friends, I asked Q. to say Hi for me, and he promise he would do that. But the comfort and the happiness of being again out of prison soon called off even those memories, I put them away in some drawer, and only today or on some special occasion I take them out. We were home soon. My uncle welcomed me and vouched for me, my father was coming.

I only remember I was smoking outside the kitchen, beyond the courtyard, looking at the fields. At that time the garden of father didn’t existed yet, the earth was barren and loamy, the wind pitilessly blew and the sun shone on my face. Everything in the world seemed to show aversion and hostility.

I would know new pleasures, visits, loves, unexpected friends later, but then I was only a crackhead who had just gone out of prison.

A dry wind blew, but it was of no good for sailing: restless, angry, indomitable. I was still in the docks, in the docks of Deadtown. The name of my home was Oltrevilla, as if we were beyond everything known, in a limbo as rough and unpleasant as the same stony and solid land, where you couldn’t grow anything but with huge efforts.

I felt as if my soul was made of the same matter, tough to bend. But with the cares of my parents, the supervision of the police and the new friends in Frascarile little by little everything became softener, time went by and home became cosier. Then, that became my home. I was home again, I sailed towards an uncertain destination, but I was finally free, again.
I was ready to go out into the sea, the wonderful sea of the free men.

(It was in Deadtown, actually in Brede, that I began dealing with silver jewellery. I had started forging rings with enamelled pictures by a superb local artist. On the oval there were figures of the Japanese Middle Age: samurai, geisha, ronin, warriors-monks, feudal lords. One day I asked my mother whether she would like one, I told her there were a lot of beautiful geisha images to reproduce. She was sick already, although no one thought that the illness would break her. To say the truth, she was never bent, she was strong and beautiful, and full of courage.

«A geisha?» – she said «I am not a geisha! I am a samurai…»).

 

To my mother.

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