Gastel5_interna

RITORNO A TERRA

Navigare lontano dalla riva, questo è vivere.
Io avevo la malata consuetudine di tenere i miei ormeggi vicini alla costa, e, spesso, di fare ritorno al porto, stando vicino alle rive per paura del mare aperto.
La droga teneva la mia nave come fosse sempre all’àncora, essendo incapace di guidarla oltre i flutti del mistero. Ma la vita è ben questo: salpare, viaggiare, e solo alla fine o per fare provviste, tornare in rada. Io non sono stato quasi mai capace di fare rotte lunghe, sano, con la polena in vista, la velatura possente che raccoglie il vento e porta le anime lontano dal porto di casa, verso altre case.
Io solevo tornare a riva il prima possibile, presto, sfiancato dalla vita, oppresso dal timore, schiacciato dalla paura del mare libero, della lontananza dai porti, dalla lontananza dall’oppio di occidente. Non allontanarsi mai da casa: cosa da bambini, non da uomini. Ma io sono stato un povero marinaio, un piccolo navigante con la paura di superare le mura del faro, la droga mi ha abitato con forza e volgarità, con meschina ottusità, maledetta. No: maledetto io, che l’ho presa e venerata e poi amata e poi lasciata. Maledetti io e la mia noia: mi sono fatto fare prigioniero di quella dose di follia divenuta prassi settimanale, ombra sotto cui navigare, bandiera del male sotto il cui vessillo ho nascosto il mio terrore del mare aperto. Ecco, un giro nella baia e un breve ritorno alla taverna maledetta, pochi spiccioli per un po’ di erbe azzurre, infelice giro di vita nella mediocrità cittadina. Ma non si può stare sempre vicino alla riva, se hai una barca, se vuoi che la tua nave si imbatta nelle avventurose acque della vita nuova. Così ho preso il coraggio come fosse un timone e l’ho portato a essere il mio nuovo vessillo. Ecco, ora devo continuare il mio viaggio libero, il mare aperto sarà la mia rotta, la mia salvezza mi porterà fino agli alisei.
Da lì in poi dovrebbe essere più semplice, navigare verso la vita, verso il mare aperto degli uomini liberi.
«Cosa fa, vernicia?»
«Sì, sto pitturando le sedie e i lettini di metallo: scrosto la ruggine e do una vernice bianca nuova…»
«Dovrebbe venire con noi, in commissariato»
«Per cosa? »
«Glielo spieghiamo lì, non sarà una cosa lunga»
Infatti fu abbastanza breve: mi porsero un foglio dattiloscritto, e mi invitarono a firmare.
«Cos’è? Vorrei leggere. »
Parlò il carabiniere dal pizzo tardivo e dal busto floscio, e parlò con difficoltà. Se non fosse stato un ufficiale avrei detto che aveva timore o vergogna di quella comunicazione.
«Non è niente, è l’ordine di ricarcerazione»
«Cioè? Dovrei rientrare in carcere? E perché, io non ho rotto i domiciliari, mi sembra…»
«No, infatti, ma è entrato un decreto legge… è cosa di qualche giorno, vedrà»
«Qualche giorno, dice? Che senso ha? »
Mio padre aveva perso quel sorriso che a fatica avevamo ricostituito in quattro mesi a casa, sembrava, anzi, che il sorriso gli fosse colato sulla faccia, dipingendo una maschera che rideva di imbarazzo, e a me faceva male, vederlo così. Mio padre, che mi aveva rianimato con amore, che aveva tentato in tutti i modi di preservarmi dalle brutture della vita, e poi, impossibilitato in questa missione, aveva scelto di starmi a fianco per il resto dei giorni, qualunque cosa fosse successa. Era ancora lì, con me, infatti, davanti a quella stupida e paurosa comunicazione.
Il sorriso gli era rimasto addosso, ma gli occhi erano pieni di pietà dignitosa e di dolore.
Provai a smorzarlo, tentai di levargli quella maschera che lo rendeva pauroso.
Chiesi e ottenni che mio padre comprasse una stecca di sigarette e che potesse preparami una piccola borsa con dei vestiti comodi.
Ci mise poco, e ritornò quando avevo già firmato. Lo ringraziai, lo pregai di chiamare D. per disdire il nostro appuntamento amoroso settimanale e lo pregai di stare calmo, e di non preoccuparsi.
Avevo curato il mio dente malato di pulpite, avevo denti nuovi, sapevo come funzionava il carcere, questa volta avrebbe depositato subito i soldi sul mio conto personale, e, soprattutto, mi portavano al Bassone, non a San Vittore: mi avevano parlato bene dei carceri piccoli, compreso quello di Como.
Ma soprattutto sarei rimasto in galera per pochi giorni, come disse il carabiniere dal pizzo scemato.
Partii con loro e raggiungemmo il commissariato di polizia dove mi presero le impronte con un macchinario elettronico che però non sapevano far funzionare bene, e mi lasciarono dentro il carcere.
«Ha qualche difficoltà con i detenuti? Ha qualche particolare richiesta? »
A me sembrava strano che addirittura mi facessero scegliere, e tentai la carta di quello che non doveva nascondere niente, né la propria condanna, né un razzismo primitivo che non vivevo assolutamente.
«Va bene qualsiasi cella. Solo preferirei stare con degli italiani per via della lingua, tutto qui, grazie. È solo per qualche giorno».
Mio padre, la casa, la ragazza, le comodità, i miei cani…era tutto sparito, andato, perduto in un paio d’ore. Ero di nuovo da solo, senza nome né cognome, là dentro.
Però, questa volta, sapevo come ci si comporta in galera, avrei tenuto lo sguardo alto, e soprattutto, era per pochi giorni.
Il mare libero era talmente lontano, il mio fine pena così distante da quel presente maledetto che, alla fine, mi faceva male pensare alla navigazione.
Ero fermo al porto, cercavo un ingaggio per partire, ma, in quel momento, nessuna nave era in vista. Ero tornato sulla maledetta terraferma, ero ancorato in quel posto maledetto, e nessun vascello sembrava passare di lì.
Il mare degli uomini liberi era tornato miraggio e ossessione.

Illustrazione di Giovanni Gastel Jr

 

Back to the Mainland

Sailing far off the mainland – that means living.

I carelessly used to stay anchored close to the shore, and come back to the harbour sailing just along the cost for fear of the open sea.
Drugs kept my ship perpetually moored, and I could not drive it through mysterious waves.
But this would be life: raising the anchor, travelling, and come back to the harbour only for supplies. Long voyages have never really been my thing – the figurehead in front of you, the mighty sails that gather the winds and take souls far from the harbour they know, towards new homes.

I used to come back as soon as I could. Soon. I was tired of life, overwhelmed by worries, crushed by the fear of the open sea, the distance of the harbours, the separation from the western opium. Never leaving home: that sounds childish, not manly. But I was only a poor, small sailor, who couldn’t face the dread of the firelight disappearing.
The damned drugs lived within me, with their own strength, vulgarity, wretched stupidity. No: damned me! I took, worshipped and eventually left them.
Damned me, damned boredom: I let myself become a prisoner of that dose, that weekly folly. That became the shadow in which I set sailing, the evil banner where I hide my fear of the open sea. Here I am, sailing around the bay, and then back to the damned tavern. Some money and blue herbs.
A wretched view of the mediocrity of the city. But you can’t always stay close to the shore. If you have a boat, you want to sail the adventurous waters of a new life. I took courage in my hands as if it were a steer, and I chose it as my new banner. Now I am ready to go on in my free voyage; the open sea will be my route, my salvation will take me to the trade winds.
From then on, it should be simpler. Sailing towards life, in the open sea of free men.

«What are you doing? Painting?»
«Yes, I am painting chairs and an iron bed. I take off the rust and I use a fresh coat of white paint…»
«You should come with us to the police station.»
«For what? »
«We will explain it to you there. It won’t take long.» In fact, it didn’t take much time; they gave me a typed paper and asked me to sign.
«What’s that? I’d like to read.»
A police officer with a thin goatee and a floppy bust answered , but with great difficulty. If he had not been an officer, I would say he was ashamed or fearful of that communication.
«It’s nothing, it’s the order of reincarceration.»
«What? Should I go back to prison? Why? I didn’t break house arrest, I think…»
«No, sure. But there’s a new law… It will be a few days thing, you’ll see.»
«A few days? It doesn’t make any sense…»

My father lost that smile that we had painfully rebuilt in four months at home. No, on the contrary, it seemed he had a smile stamped right on his face, a painted mask that was smiling out of embarrass. I felt bad, when I saw him in that state. My father had brought me back to life with love, he had tried in every possible way to protect me from the evils of life; when he couldn’t fulfil that mission any more, he had decided to stay beside me for the rest of his life, no matter what. He was still there, in front of that stupid and dreadful communication.

A smile was cast upon him, but his eyes were full of dignified piety and pain.

I tried to comfort him, to take away that mask that made him see so fearful.

I made my father buy me a carton of cigarettes and pack a small bag with comfortable clothes.
He did everything quickly and when he was back, I had already signed. I thanked him, and asked him to call D. to call off our weekly love date, I implored him to stay calm and not to worry.

I had had my pulpitis cured.
I had new teeth, I knew how the prison would work. This time I would have immediately money on my account, and I would be in Bossone, not in San Vittore. I had been told good things about small prisons, including this one in Como.

What’s more, I would stay in prison only for a few days, as the policeman with the thin goatee had said.

I left with them and we reached the police station where they took my finger imprints with an electronic machine they could not use very well.
Then they left me in the prison.
«Have you got any problems with the other prisoners? Any particular request?»
It seemed strange to me that I could even choose. So I behaved as someone who has nothing to hide, nor my sentence, nor the primitive racism that I could not share.
«Any cell is OK for me. I’d rather stay with Italians for the language, that’s all. Thanks. It’s just for a few days.».

My father, my girlfriend, my comforts, my dogs… everything had disappeared, gone in two hours. I was alone again. With no name and no surname. There, inside.

This time, though, I knew how to behave in prison. I would keep my head high. And this time would have been only for a few days.

The free sea was so far away, the end of my penalty so distant from my damned present, that in the end the only thought of sailing made me sick.

I was moored in the harbour, I was looking for an engagement to set off, but still I could see no ship on the horizon. I was back on the wretched mainland again, moored in a damned place, where no ship seemed to sail by.

And the open sea of the free men to me became a mirage and an obsession, again.

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