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“Il carcere lo ha castrato”. Non era più l’uomo ambizioso e violento di un tempo, ora era vecchio, era stanco, fiaccato, i suoi riflessi erano per sempre compromessi. (brano liberamente interpretato dai pensieri riflessivi di Carlito Brigante in una scena memorabile del film Carlito’s Way)

Il rumore, ecco cosa ti entra subito dentro, una volta varcata la soglia del carcere, e l’odore. Fortissimo: fragranza crudele di uomini ridotti a comparse, a ombre, a manichini sfilacciati e pieni di terrore.
San Vittore è un formicaio malato, maleodorante, malandato. Brulica di formiche infette e sanguinanti, pietose e senza pietà, disgraziati senza avvocati, diavoli senz’anima e nemmeno più cattiveria, un’umanità pressoché inutile.
Il carcere mi aveva distrutto, l’astinenza da cocaina in vena, che tutti descrivono come solo mentale, beh, per me era più che “pensata”, era un dolore fisico, era un’ossessione costante che non può essere vissuta, era una porta che si chiudeva per sempre, moltiplicata dal dolore di una carie non curata: la pulpite aveva spaccato il molare e mandava pulsazioni violente senza rimedio, come un morso di serpe in una ferita aperta, infetta. Durava notti e giorni interi, finché qualche maledetto appuntato (nome corretto dei secondini, usato se volevi che ti ascoltassero) decideva di aprirti e mandarti in infermeria. La pulpite ti faceva venire voglia di gridare, di romperti il cranio contro le sbarre. Avevo voglia di morire, ma non gridavo, non dicevo niente, solo chiedevo aiuto ai miei concellini.
Loro mi stringevano le braccia così forte che quasi non sentivo più il dolore alla bocca: il maledetto si spostava sulla pelle avambraccio, stretto fino a divenire blu. Era un’operazione che non produceva alcun benessere, ma almeno ti faceva sentire l’amore disperato degli altri ragazzi, i tuoi fratelli di blindo.
Non mi conosceva nessuno, in galera, e a dirla tutta godevo quando i secondini, anzi: gli appuntati, o assistenti, storpiavano il mio cognome: sembrava che in quell’inferno ci fosse finito un altro, una copia imperfetta e fottuta di me stesso.
Arrivò il giorno delle udienze; per uscire dal carcere si passava da un corridoio uno a uno, prima di entrare nel blindato: prima di uscire nel cortile degli automezzi, una guardia carceraria ti perquisiva integralmente, con tanto di piegamenti sulle ginocchia, nudi contro un pavimento sporco. Si dice spesso che l’anima è intoccabile, che ti possono ferire solo fisicamente, che ciò che sei nel profondo non viene intaccato da quegli sbirri di prigione, da nessuno. Non è vero: un corridoio, una guardia, la tua solitudine… potevamo venire stuprati ogni volta, anche solo da una banale perquisizione corporale: mentre ti pieghi il carcere ti penetra dentro fin nelle viscere.
Uscire così, per fare qualche chilometro in direzione del tribunale, era per me come accendere la speranza per una qualche miracolosa clemenza, magari la fine della pena detentiva, ma era anche e soprattutto un vortice spaventoso di sporcizia e di anime corrotte che una volta dentro di te, non ti lascerà mai.
In tribunale, nei sotterranei appena sotto gli uffici dei brillanti e benvestiti legali milanesi, finimmo raccolti in due grandi celle, senza finestre e sovraffollate.
Nella mia c’era un asiatico silenzioso, tra gli altri, seduto in disparte.
Vidi un ragno, in un angolo della grande cella, dissi: “Hey! Guardate!”, e ricordai che mio padre salvava sempre i ragni così come tutti gli animali del creato, ricordai che era un uomo buono, che amava la vita e talvolta schifava gli uomini perché brutti dentro la loro pelle, perché erano capaci di fare del male agli altri esseri viventi. Ma fa male ricordare la bellezza quando non puoi fruirne nemmeno per un secondo.
Tutto appare lontanissimo, e remoto: i sogni dei detenuti sono semplici, basici, nostalgici e impossibili.
Non feci in tempo a dire nient’altro, il filippino uccise il ragno con una scarpa.
“Porta sfortuna uccidere un ragno, cazzo, non lo sai?”
Non avevo ancora finito di dirglielo, mentre quell’idiota sorrideva, sdentato. Lo odiai ancora di più quando un minuto dopo ci dissero che le udienze per quel giorno erano terminate. Ci riportarono in carcere, senza che mai avessimo potuto vedere la luce del sole, viaggiando sempre e solo sottoterra, e dentro i blindati.
Mia madre non amava in modo particolare gli insetti, e quando vedeva un ragno chiamava mio padre che si armava di un foglio di carta e di un bicchiere di cognac, per riportare la bestiolina fuori di casa, sul balcone, o in giardino: “Porta sfortuna, uccidere un ragno!” diceva mia madre.
Ma in realtà nascondeva a tutti il fatto che, anche lei, silenziosamente, amava le creature viventi di questo mondo…
La mia mamma l’avrebbe salvato, quel piccolo ragno.

 

Never kill a spider

 

«Prison castrated him.» He was no longer the ambitious, violent man of before; he was old now, tired and worn out, and his reflexes were damaged forever.
(Freely interpreted from Carlito Brigante’s reflections in a memorable scene from the film Carlito’s Way).

The noise. That was what penetrated right through you as soon as you crossed the threshold of the prison. That and the smell. So strong; the cruel scent of men reduced to bit players, to shadows, to ragged, terrified mannequins. San Vittore is a diseased anthill, fetid and dilapidated. The place swarms with infected, bleeding ants, pitiful and pitiless, wretches with no one to defend them, devils with no soul or even wickedness left in them, basically good for nothing.

Prison had destroyed me, the abstinence from cocaine coursing through my veins, which everyone said was just mental – well, for me it was more than ‘in my mind’. It was real physical pain, a constant unbearable obsession; it was a door closing forever, multiplied by the pain of an untreated cavity. The pulp had cracked open my molar, causing violent throb- bing that nothing relieved, like a snakebite in an open, infected wound. It lasted entire days and nights, until some damn corporal (the correct name for the prison guards, which you used if you wanted them to listen to you) decided to let you out and send you to the infirmary. The pulpitis made you want to scream, to smash your skull against the bars.

I wanted to die, but I didn’t scream, I didn’t say anything. I just asked for help from my cellmates – who grabbed my arms so hard I hardly felt the pain in my mouth anymore.
The bloody pain shifted to the skin of my forearm, which was being squeezed till it turned blue.
The procedure gave no physical comfort, but at least it made you feel the desperate love of the other guys, your brothers in lock-down.

No one knew me, in prison, and to tell the truth, I enjoyed it when the guards – I mean the corporals, or auxiliaries – mangled my surname. That way it seemed as if someone else had ended up in that hellish place, an imperfect, royally screwed copy of myself.

Then came the day of the hearings. To get out of the building, you walked down a corridor, one by one, before getting into the paddy wagon. When you came out into the courtyard, a prison guard searched you all over, including making you get down on your knees. Naked bodies on the filthy pavement. You hear people say that the soul is inviolable, that your body can be hurt but what you really are deep down can’t be touched by those prison screws, or by anyone. But that’s not true: a corridor, a guard, your own solitude…. We could be raped each time, even just by a simple body search. While you bend over, prison penetrates you to your very bowels.

For me, to get out, to go those few kilometres towards the courthouse, was like lighting up the hope for some miraculous clemency, maybe even the end of my prison sentence. But it was also a horrendous maelstrom of foulness and perverted souls that, once inside you, never leave.

In the courthouse, in the basement right under the offices of the brilliant, dapper Milanese attorneys, we found ourselves crammed into two large cells, no windows and too many people. In mine, among all the others, there was an Asian man, sitting silently off to the side.

I saw a spider in a corner of the cell and yelled out, «Hey! Look at that!» I remembered that my father had always saved spiders, like every other animal creature. He was a good man who loved life but sometimes loathed men because they were so ugly underneath, because they were capable of doing evil to other living beings. It hurts so much to remember beauty when you can’t experience it, even for a second. Everything seems so far away, unreachable: prisoners’ dreams are simple, straightforward, nostalgic – and impossible.

Before I could say anything else, the Filipino killed the spider with his shoe.
«It’s bad luck to kill a spider, for fuck’s sake, don’t you know?»
I hadn’t even finished saying this but that idiot was already smiling his toothless grin. I hated him even more a minute later when they told us that the hearings were over for the day. They took us back to prison; we hadn’t even been able to see the light of day, always traveling underground, or inside paddy wagons.

My mother had no particular love for insects. Whenever she saw a spider, she would call my father, who came armed with a piece of paper and a cognac glass to take the little thing out of the house. «It’s bad luck to kill a spider,» she used to say.

Actually, she hid from everyone the fact that she too, in her heart of hearts, loved the living creatures of this world… My mother would have saved it, that little spider.

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