Gastel6p2_interna

LIMONOV

I detenuti di Engel’s chiamano il campo «Euro-gulag», e Limonov assicura che le finezze architettoniche non rendono la vita al suo interno meno dura che nelle classiche baracche circondate da filo spinato – anzi. Fatto sta che nel campo i lavabi, costituiti da una lastra di acciaio sormontata da un tubo di ghisa, dalla linea pura e sobria, sono identici a quelli di un albergo, progettato dal designer Philippe Starck, in cui Limonov è stato ospitato dal suo editore americano quando è passato per New York l’ultima volta, alla fine degli anni Ottanta.

La cosa lo ha fatto riflettere: nessuno dei suoi compagni di prigionia era in grado di fare lo stesso paragone, e neanche nessuno degli eleganti clienti dell’elegante albergo newyorkese. Si è chiesto se ci fossero al mondo molti altri uomini come lui, Eduard Limonov, la cui esperienza comprendeva universi così differenti come quello del detenuto comune in un campo di lavori forzati sul Volga e quello dello scrittore alla moda che si muove in ambienti firmati Philippe Starck. No, ha concluso, probabilmente no, e ne ha tratto motivo di un orgoglio che comprendo, e che è appunto quello che mi ha spinto a scrivere questo libro.
(Emmanuel Carrère nel suo romanzo Limonov)

 

Passavo da una villa del quattrocento alla cella stretta del Bassone. Il percorso inverso dello scrittore-combattente Limonov, come narrato da Emmanuel Carrère.

Dicotomica vita, la mia, passata a scappare dall’agio borghese non per rinnegarlo, ma per trovare nuovi lidi, nuove strade, nuove scoperte vietate all’animo di persone come i miei genitori.
Cercavo un mare libero, ma ho trovato solo pescatori di frodo, meschini, rotti, rovinati, smarriti. Uomini cane, donne lupo, gente abitata solo da perversioni ‘ultraborghesi’, in ultima analisi.

Ho cercato linfa per le strade notturne della periferia, tra le cascine abbandonate sui navigli, tra le ombre oscure dei parchi degli allontanati, ma ho trovato solo cupa tristezza e ulteriore potenza per andare ancora più sotto.
Mi avevano predetto che mi sarei perso, per quelle vie oscure, ma non ho dato retta. Anzi, sono certo che quelle parole mi diedero la spinta a rendermi, per davvero, perduto.

Entro nella cella. I ragazzi erano solo due, per fortuna (avremmo avuto più spazio!), mi chiedono il motivo del mio arresto e spiego loro tutto. Gli porgo il foglio che indicava la ragione del mio carcere e mi preparano un caffè mentre si presentano. Uno dei due sarebbe uscito presto: il suo fine pena sarebbe scaduto di lì a pochi giorni. Il secondo, Q., lamentava un favismo che, secondo lui, non era compatibile con la vita carceraria. Dopo qualche minuto, mi chiese:
«Sai cos’è il favismo?»
Dissi, abbastanza sicuro:
«Certo: è un’allergia alle fave!»
«No! Cazzo, ma possibile che nessuno sappia cos’è ‘sta cazzo di malattia?! È un’allergia diffusa a tutto: non posso bere latte, niente medicine, né…»

Iniziò la sua lezione sulla malattia. Ne sapeva davvero molto, sono sincero. Solo che questa storia la propinava a tutti senza parsimonia di nessun tipo. Appena uno si avvicinava alla cella lui cominciava. Dopo un paio di giorni capii che per lui era un punto d’onore spiegare correttamente la sua malattia, sostenendo che non era possibile vivere in galera con questa disabilità. Io ho sempre pensato che fosse un rompicoglioni, e lo era, ma era anche capace di fare mille cose, tra cui cucinare da dio.

Divenne subito un punto di riferimento per la nostra cella, avendo in pratica l’unico forno di tutto il braccio che potesse cuocere le pietanze a lungo senza usare mille bombolette di gas per il fornelletto. Avevamo possibilità di scambio infinte: quel forno ce lo chiedevano da altre celle, ma noi, che eravamo in grado di cuocere dolci e altre cose succulente, preferivamo regalare le pietanze o scambiarle con gli altri detenuti.
L’altro ragazzo era pieno di tartarughe tatuate un po’ male, brutte, brutali, perfino. Sosteneva che fossero dei simboli sessuali, che identificassero in lui la capacità di avere dei rapporti lunghissimi e memorabili. Non l’avevo mai sentito, io, ma era anche vero che era solo la mia seconda volta in carcere: ne avrei sentite mille di storie strane.

Il tatuato aveva legato due stracci stretti alle sbarre della cella, paralleli al pavimento: con quelli allenava gli addominali, per essere in forma dopo aver scontato un paio d’anni per aver rapinato un Mediaworld. L’ho sempre ammirato per questo: come cazzo si può sperare di farla franca, con tutte quelle guardie?
Coraggio, o follia: spesso sono due facce della stessa medaglia.

Ogni giorno pensavo che sarei uscito, magari dopo il week end, magari il mercoledì, dopo la visita degli avvocati, oppure il lunedì successivo, quando pensavo che si riunissero i magistrati. Passarono i tre/quattro giorni decantati dai Carabinieri. Ero ancora dentro.
Speravo sempre che qualche cosa succedesse, che mi arrivasse la chiamata da parte dell’appuntato. Non arrivava nulla, così, verso le quattro del pomeriggio, passato l’orario delle visite, sapevo che non sarei uscito quel giorno, e mi avvilivo. La mia nuova vita si faceva momento dopo momento più lontana: diventava irraggiungibile.

La sofferenza si protraeva giorno dopo giorno, infinita, eternamente rinnovata. La sera mi scendeva la maledetta malinconia, che cercavo di non far notare ai miei concellini.

Gli avvocati mi dissero, infine, che il magistrato si era prefissato di esaminare tutte le carte del mio provvedimento, dal primo processo alle relazioni dei miei domiciliari, dalle carte del mio psichiatra a quelle dello psicologo, che avevo ripreso a frequentare grazie al consenso dell’UEPE, l’organo di vigilanza delle pene domiciliari. Ci sarebbe voluto del tempo, cazzo, tempo che avrei trascorso al Bassone. Era estate, faceva un caldo torrido, le nostre tende venivano raccolte dal cartone cilindrico di un rotolo esaurito di carta igienica. Q. costruiva dei modellini di navi con gli stuzzicadenti, era il suo passatempo preferito, dopo quello di raccontare e di informare chiunque del favismo come malattia grave.

A me piacevano, i suoi vascelli, li trovavo belli. Secondo gli altri detenuti, forse più esperti e certamente più maliziosi, i galeoni di Q. facevano cagare. A un certo punto mi dissi che sarebbe stato meglio non aspettare ogni giorno di uscire di prigione. Mi convinsi che sarebbe stato assolutamente più facile se avessi considerato il fatto di scontare al Bassone tutta la pena rimasta, più o meno un anno.

Tutto cambiò, da quel momento: le visite che mio padre mi faceva divennero più liete, non c’era più la smania di essere scarcerato presto, le chiacchiere degli avvocati divennero meno importanti, dicevano sempre che stavano facendo il possibile ma che il magistrato era molto scrupoloso e che voleva esaminare la mia situazione attraverso tutti i resoconti possibili. Mi decisi a pensare al Bassone come alla mia residenza per il resto dell’anno e per l’inizio del successivo. Nel frattempo M., l’uomo delle tartarughe, era uscito, e avevamo acquisito due nuovi concellini: un ragazzino rumeno il cui nome veniva costantemente storpiato da Q., tanto che alla fine quasi tutti noi (tranne me, che mi ostinavo a chiamarlo H, il suo vero nome, ) lo chiamavamo Fiordin, e un Giorgio arrivato per una rapina alle poste.

Mi presentai alla biblioteca del carcere, mi iscrissi e iniziai a leggere tutto di Mario Rigoni Stern. Il suo Sergente nella neve mi fu di grande aiuto, e lo passai poi a G. che lo apprezzò infinitamente. Rimane, a oggi, uno dei miei numi tutelari.
Esisteva anche una copia di Coelho in rumeno, che diedi subito a H. Lui lo lesse subito e io ne fui felice. Era stato condannato a un anno e mezzo per avere rubato due bottiglie di whisky. Recidivo sul furto, l’avvocato d’ufficio se n’era sbattuto i coglioni. Era la sua terza condanna per furto, sempre al supermercato. Un anno e mezzo, cazzo.

Stern e i suoi libri imperversavano per la cella, e si parlava perfino di stile, si chiacchierava di letteratura. Fu una delle cose di cui vado più fiero. La biblioteca era davvero fornitissima, e io presentai formale richiesta per lavorarci. G era una persona intelligente, solo una volta finimmo a litigare, ma poi tutto si risolse con l’intervento di un siciliano che sembrava avere a cuore la condotta del braccio.

Mi impegnai a correre durante l’ora d’aria: tra di noi molti camminavano veloci, per smaltire la noia e l’affanno delle ventidue ore al giorno in cella, altri facevano affari per gestire al meglio il braccio: un siciliano, un marocchino e un albanese, con un napoletano camorrista, discutevano e amministravano perfino i dissidi tra i detenuti, organizzando, come nel mio caso con G, miti consigli di pace per gli italiani arrabbiati per futili motivi, oppure spedizioni di calci e pugni per chi era stato incarcerato per reati di pedofilia o di violenza contro donne e bambini, che potevano solo transitare per il nostro braccio, e che erano destinati a un reparto speciale del carcere, insieme con i transessuali presi per prostituzione.

Arrivò perfino a me, che mi facevo i cazzi miei a testa alta e senza voler sembrare un duro a tutti i costi, un ordine di punizione per un ragazzo che si era denudato di fronte a una scolaresca. Arrivava appena prima che potessi incassare i miei primi sei mesi di buona condotta.

Me la sarei giocata? Ogni sei mesi di buona condotta ti scalano dalla pena definitiva quarantacinque giorni, e io, che non avevo nessuna intenzione di intraprendere la dura e monotona vita criminale, volevo avere quello sconto di pena. Mi facevo sempre gli affari miei, ed ero educato. Nessuno mi provocò mai, e quarantacinque quei giorni, per me, erano preziosi.

Iniziava per me un periodo relativamente tranquillo: deciso a scontare la pena in carcere senza sperare più nei miracoli, ero così lontano dal mare degli uomini liberi che non sentivo nemmeno la puzza del porto. Solo una brezza lontana ogni tanto scuoteva le inutili tendine chiare, ma non sapeva di mare.

Sapeva di cemento e di lamenti, di facce tristi e di volti scuri, perché il malaffare, quando ti entra dentro, non esce più.

Illustrazioni di Giovanni Gastel JR

 

Limonov – Episode 6

Engel’s prisoners called their camp «Euro-gulag», and Limonov maintains that the architectural refinements didn’t make life there less harsh than in the usual shacks surrounded by barb wires. On the contrary.
In the camp there were the same sinks as in a hotel in New York designed by the architect Philippe Starck, where Limonov himself would be hosted by his editor when he was in New York for the last time, in the late 80s.
Iron plates, cast iron pipes, simple and sober lines.

All that gave him cause for thought: no one among his fellow-prisoners could make the same comparison, nor any client in the elegant hotel of New York.
Were there others like him, Eduard Limonov? Someone who had experienced such different worlds, from the imprisonment in a hard labour camp in the Volga region, to the life of the popular writer acquainted with fashioned, Philippe-Stark-designed places? No, maybe not. And he came to such a conclusion with a feeling of pride I can well understand. And that feeling is the same reason that has pushed me to write this book.
(Emmanuel Carrère, Limonov)

From a thirteenth-century mansion I entered the narrow cell in the Bassone jail. Mine was the inverse route of the writer-fighter Limonov, as Emmanuel Carrère wrote about it.

My life was dichotomous, all spent running away from the bourgeois comforts, not to renegade them, but to reach new places, new roads, new discovers that were forbidden to the souls of people like my parents.
I was looking for a free sea, but all I found was poachers – mean, broken, wasted, lost. Dog-men, wolf-women, after all, people possessed by ultra-bourgeois perversions.

I looked for lymph through the outskirts streets at night, in the abandoned houses along the moats, trough the dark shadows in the parks visited by the outsiders, but all I found was deep sadness and the strength to go even more down.
I was foretold I would get lost thought those dark roads, but I didn’t listen. On the contrary, I am sure those words gave me the strength to really loose myself.

I get into the cell. There are only two guys, fortunately (there would be more room!). They ask me the reason why I was arrested and I explain everything. I show the paper with the reason of my imprisonment and they prepare a coffee while introducing themselves. One would be out soon, in a few days. The other one, Q., claimed he suffered from favism, and therefore shouldn’t stay in jail. After some minutes, he asked:
«Do you know what favism is?»
I was quite sure:
«Yeah: it’s an allergy to broad beans!»
«No! Shit, how can no one know about this fucking illness?! It’s an allergy to almost everything: I can’t drink milk, no medicines, no…»

He started a lecture about his illness. He knew a great deal about it. I’m serious. But he told everyone this story, with no exception of any kind. As soon as someone got close to the cell, he started. After a few days, I understood that he made it a point of honour in explaining his illness in the right way, and affirming how living in jail with that illness was impossible. I always thought he was a pain in the ass, and he was. But he was able to do a thousand things, and he was a master at cooking.

He immediately became a point of reference in the cell.
He had the only oven in the whole branch that could cook meals for a long time without wasting all the gas cans. We could accomplish infinite exchanges, since all the other cells were asking for that oven. But we, who could bake cakes and other delicatessens, preferred exchanging meals with the other prisoners, or even giving them some freely.
The other guy was full of ugly, bad-done, even brutal tartoise-tattoos. He claimed they were sexual symbols, since he could have very long and memorable sexual intercourses. I had never heard something like that, but that was only my second time in jail: I would hear lots of unusual stories.

The tattooed guy had tightly tied two rags to the cell bars, so that they were parallel to the ground. In that way he worked out the abs. He wanted to be in good shape, two years after robbing a Mediaworld store. I have always admired him for that: shit, how could he hope to get away with all those guards?
Bravery or madness? They often are two sides of the same coin.

Every day I though I would be out, maybe in the weekend, maybe on Wednesday, after the lawyer’s visit, or the next Monday when the judges would meet. The three/ four days pre-announced by the policemen went by. I was still in there.
I was hoping something would happen, the guard would call my name. But nothing happened.
No one came. When 4 o’clock pm struck, and the visiting time was over, I knew that even that day I wouldn’t be out, I got upset. My new life was pushed further and further away: it was out of reach.

I spent every day in endless, constantly renewed pain. In the evenings I was wrapped in damned melancholy, which I tried to hide from my cell-mates.

Eventually, lawyers told me that the judge was ready to examine the documentation regarding my case: the first process, the reports of my house arrest, the papers of my psychiatric and psychologist, whom I met with the permission of the UEPE, the surveillance authority of house arrests.
Shit, this would take a long time, and I would spend all that time in Bassone jail.
It was summer, it was really hot, and we kept ours tents open by putting them in carton board rolls of toilet paper.
Q. built model ships with toothpicks.
That was his favourite hobby, after telling everyone that
favism was a serious illness.


I liked his ships, I thought they were beautiful.
According to the other prisoners, maybe more expert and surely more nasty, those ships sucked.
Finally I came to the point when I told myself I’d better not to expect to get out of prison every day.
It would be easier to think that I was going to spend in
Bassone the rest of my penalty: about a year.

From that moment on, everything changed: the visits of my father became happier, I wasn’t eagerly waiting to get out soon, the lawyer’s words became less important – they kept saying that they were doing what they could, but the judge was very scrupulous and wanted to examine all the records about my case.
I decided I should think of Bressone as my residence for the rest of the year, and for the beginning of the following one.
In the meantime, the guy with the tortoises had left. We had two new cell-mates. There was a Romanian boy, whose name was always mispronounced by Q; in the end, almost everyone (not me, I called him with his true name: H.) ended up calling him Fiordin. Then, there was Giogio, he was in for robbing a post office.

I went to the jail library and I began reading all Mario Rigoni.  His book, The Sergeant in the Snow, helped me out a lot. I gave it to G, which liked it very much. It’s still one of my domestic gods.
There was also a copy of Coelho in Romanian, and I immediately gave it to H.
He read it right away, and I was very happy. He was sentenced to a year and a half of jail for stealing two bottles of whisky. Since he was a repeat offender, the public defender didn’t give a fuck to his defence. That was his third sentence for stealing in a supermarket. Fuck, a year and a half.

Stern and his books filled the cell, we even talked about style and chatted of literature. This is one of the things I am most proud of. The library was really fully stocked, and I formally applied to work there. G was an intelligent person. We ended up arguing only once, but everything was solved thanks to the intervention of a Sicilian prisoner that cared about the behaviour of the whole wing.

I decided to run during our hour outdoor. There were many people who walked fast to dispose of the boredom of 22 hours spent inside the cell. Others made deals to organise the wing in the best possible way: there were a Sicilian, a Moroccan, an Albanian and a man from Naples, they had discussions and managed the disagreements among the prisoners.
As in my case, they gave peaceful advise to those Italians that lost their temper for some futile reason. Or they organised beat-downs against the prisoners that were inside for crimes of paedophilia and violence against women and children (those could only pass through our wing) or against the transexuals that were in for prostitutions.

Even I, who minded my own business, who kept my head high and didn’t play the though guy, even I received the order to beat a guy that had taken his clothes off in front of schoolchildren. The order came just before I reached the six months of good behaviour.

What would I do? Every six month of good behaviour, you are taken 45 days off your penalty.
I had no intention to begin the hard and boring life of a criminal, and I wanted that reduction of penalty.
I was well-mannered, I minded my own business. No one ever provoked me.
Those 45 days for me were precious.

A quiet period began for me.
I was ready to serve my sentence in jail, and not to expect any miracle to happen.
I was so far away from free men, that even the stink of the harbour couldn’t reach me. Sometimes a gentle breeze moved the useless bright tents, but it didn’t smell like the sea.

He smelled of cement and wails, of sad dark faces, because once it got inside you, crime never leaves.

Illustration by Giovanni Gastel JR

About The Author

Leave a Reply

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Close