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La Grande mareggiata. Parte I.

Tra due giorni ci sarà la grande mareggiata, questo sostiene il ragazzo del surf shop di San Vincenzo. Aspetto la bolla di vento, aspetto le onde regolari e morbide che mi regalano ore di sogno; se posso scegliere, preferisco ‘surfare’ di pancia… non sono un grande surfista, sono un lone surfer, un solitario: non divido il lip con nessuno, al massimo con Fish, che è cresciuto su questi picchi. Mi piace stare da solo oltre i frangenti, contare i respiri, misurare le onde da oltre il punto di rottura, farle passare sotto la mia tavola, constatarne l’altezza, la forza. Poi preparo l’anima, inizio a sbracciare, affronto la discesa e lascio che l’istinto mi porti sul lato giusto, là dove l’onda ancora non frange, là dove sta la mia minuscola e preziosissima gloria.
Aspetto, la tavola è già pronta, la cera è nella sacca, il leash è a posto.
Mentre aspetto, intanto, preparo l’anima. Per lunedì sarà pronta.

Le contraddizioni sono state le colonne portanti della mia vita agra.
Educato e cresciuto con amore e attenzioni, ingrato e incosciente ho presto volto lo sguardo verso zone dell’animo poco illuminate, e poi ho tornito la mia vita con ruggine e con brutalità. Il mio faccino stonava parecchio in certe zone oscure di Milano: per dargli man forte ho dovuto farmi assemblare qualche tatuaggio in adolescenza, e ancora mi era difficile addentrarmi nell’aritmico cuore di tenebra della notte cittadina. Ero determinato a sondare ogni abisso, e per farlo sceglievo di volta in volta nuovi compagni di sventura. Li abbandonavo appena carpiti i segreti: come infilare L’egemonico ago in una vena, come preparare le alchimie delle devastanti droghe, come procurarmi più soldi possibili.
La mia solitudine era incolmabile, era una voragine spaventosa: io stesso avevo paura di perdermi nel Maelstrom a ogni sguardo che rivolgevo verso quel margine di anima contaminata dal Male. Ma non mi fermai fino a che scoprii di essere davvero perduto.
Questo posso dire con certezza, e poco altro.
Ringrazio Dio e tutti coloro che hanno creduto di vedere stelle là dove c’erano nubi dense e intoccabili… è stato male, ma è andata così. Grazie, perché ora sono fuori dal buio.
Carcere di San Vittore, Milano. 2008
Arrivò una lettera portata da un ragazzo che aveva il dono raro della gentilezza. Era la lettera che aspettavo in silenzio, pregando, talvolta.
Non so dire se fu uno dei giorni più felici della mia vita. Lasciare il carcere fu la Gratia più grande che ricevetti, dopo il dono della vita riconcessa e quello della salvezza in sobrietà.
Non so nemmeno definire un termine che esprima un sollievo così grande, magnifico, vitale. La previsione di S. aveva raggiunto la sua verità: lo stavo lasciando in carcere, da solo. Cristo, che maledizione, poter gioire quando un fratello sta morendo. Lo abbracciai fortissimo, gli presi ancora la testa tra le mani come quando era triste, ma era per l’ultima volta…gli dissi che non l’avrei lasciato solo, mai. Lui rispondeva, maledetto, che era ciò che stava accadendo, e la verità di quelle parole, beh, avrei voluto non sentirla mai. Gli altri due ragazzi della cella erano tranquilli: un piccolo spacciatore si doveva fare quattro anni ma era sereno, anzi, quasi felice di quel trascorso in galera perché gli avrebbe dato prestigio una volta fuori; l’altro mi salutava con la mano, poco affettuoso, in realtà, ma non me ne fregava un cazzo: sarebbe uscito di lì a non molto e lo sapeva. Era solo stufo, come tutti.
S. piangeva e io non sapevo consolarlo. Avrei voluto portarlo con me… dentro di me sapevo che non l’avrei più rivisto?
L’appuntato non permise che i saluti si protraessero come fossimo passeggeri di un treno: tutte le ciance vennero ridotte al nulla, lo abbracciai, colpevole di sognare casa, e le sbarre risuonarono forte, la serratura spinse i nostri sguardi a una distanza di mille miglia. Il blindo si chiuse e ci separò per sempre. Giurai di farmi sentire, ma soprattutto di dargli aiuto: la sua famiglia, o ciò che ne rimaneva, era dispersa tra terra e male, tra realtà e incubi lontani da lui, da Milano, dalla vita. S. non aveva nessuno. Chiesi agli altri occupanti della duecentoventitre di dargli una mano, poi fui strattonato via.
Forse portai con me le mie coperte, per restituirle al carcere. Riempii un sacco da spazzatura con qualche boxer e una felpa, lasciai i prodotti per l’igiene intatti alla cella, così come le mie sigarette.
I sotterranei di San Vittore erano pieni di cose morte, andate, ammuffite. Non sono sicuro, ma credo di ricordare teschi di topo e brandelli di gente dimenticata là sotto… interi equipaggi di marinai perduti, ossa di morto senza nome né bandiera. Attraversai quel mare inerte, MORTO, pieno di mosche purulente di infezione e di orrendi animali necrofagi, di resti di sentimenti abbandonati e poi accatastati in pire di legno di cassetta mai incendiate, lasciate a fare succo, a marcire di non movimento. Nulla veniva più celebrato né ricordato. Anche i luoghi che attraversai erano come senza colore, erano tunnel lunghissimi, senza nessun vivente in vista. Cristo, per che terra, mi ero perso? Intorno a quale isola maledetta mi avevano convinto a girare? Nemmeno la Morte con la falce si presentava più per quelle terre: troppo poco, la vita andata di quei senza nome, per richiamare anche solo un fottuto spazzino di anime, un maledetto masticatore di sudari.
Era sotterraneo ma era come un lago salato, un mare morto, un luogo di disastro nucleare. Raggiunsi l’ansa di questo luogo aperto e buio, ‘Dylandoghiano’… camminai sopra le onde di risacca di questo fiume denso di cadaveri, papaverina e oppio come bruciati nell’incensiere, visioni distorte, desiderio sopra ogni cosa di andare a casa e lì restare per sempre.
Scorsi degli uomini, prima quelli perduti, quelli che dovevano ancora pagare, quelli destinati ai sotterranei, poi quelli in divisa, odiosi, lontani dalla pietà. Non che io ne chiedessi, ecco, non certo a loro. Volevo fuggire, andar via, riabbracciare mio padre e mia madre.
Fumare una sigaretta con solo il cielo plumbeo e freddo di Milano sopra di me.
Poi fui fuori, per miracolo o per magia, per amore o per gioco, o solo perché destino. I miei giorni dentro finirono, e fu meraviglioso. Dovevo solo raggiungere il comando dei Carabinieri di Cernobbio per comunicare la scarcerazione e iniziare i domiciliari, poi sarei stato da mio padre.

 

The big swell – Part one

The guy from the surf shop in San Vincenzo claims that there will a big swell in two days. I wait for the wind to blow, for the regular and soft waves that make me dream for hours. If I can choose, I prefer belly surfing… I am not of a great surfer, but rather a lone one: I don’t share the lip with anyone, except maybe with Fish, who grew up on these peaks. I like being alone beyond the breakers, counting the breathes, measuring the waves before the breaking point, feeling their movement under my board, and their height and strength.
Then, I prepare my soul and face the descent; I let my instinct drive me to the right side, where the wave hasn’t broken yet, towards my small but precious glory.

I wait. The board is ready, the wax is in the bag, the leash is ready, too.
I wait and I prepare my soul. It will be ready on Monday.
Contradictions were the ground of my sour life.
I grew up among love and care, but I was ungrateful and reckless. I soon turned towards the darker spaces of my heart, I shaped my life with grudge and violence.
My nice face was out of place in some murky areas of Milan: to help it I had to get some tattoos in my youth, but even then I was still far from the unsteady heart of darkness of the city nights.

I was determined to explore every abyss, so every time I chose new companions in misfortune.
After stealing their secrets – how to get a hegemonic needle into the vein, how to prepare devastating drugs – I left them.
My loneliness was immense, an unbridgeable deep: I was afraid of loosing myself in the Maelstrom any time I looked at that brink of my soul that was corrupted by Evil.
I never stopped, though, until I found out that I was very lost.
That is quite all I am able to say. There is hardly anything else. Thanks to God and to all those who though they could see stars instead of threatening and untouchable clouds… It was evil, but that is how things were. Thanks, because now I am out of darkness.

San Vittore Jail, Milan. 2008

A letter was coming. A guy with the rare gift of gentleness would deliver it. That was the letter I was waiting for in silence, sometimes in prayers. I can’t say whether that was one of the happiest days in my life. Leaving jail was the greatest Gratia ever granted to me, together with my life returned, and with salvation and sobriety.

I can’t describe with words such a huge, magnificent and vital relief. The prevision had proved to be right: I was leaving jail, alone. Damn, what a curse to be happy when your brother is dying.
I gave him a strong hug, I took his head in my hands, as when he was sad, but for the very last time… I told him I would never leave him alone. But damn, he answered that I was leaving him now, and he said the truth. I wish I could have not listened to those words.
The other two in the cell were quiet. The first one was a small pusher with still four years to spend there, but he was almost happy to stay, because jail would add to his prestige when he would be back.
The other one waved his hand to say good bye, but not in a much caring way.
I didn’t give a fuck, though. I would be out, and he knew. He was just bored, as everyone else.

S. was crying and I could not comfort him. I wish he could come with me… but within my heart, did I know that I would never see him again?

The guard did not let the conversation to go on for long, as if we had been passengers an a train track. We said almost nothing, I gave him a hug, feeling guilty of dreaming home. The bars closed with a bang; we stood on the two sides of the door, there were already thousand miles between us. The bars closed and separated us forever. I swore he would hear from me, I would help him and his family; his family (or at least those who were left) was scattered between earth and sea, in places and nightmares far from him, from Milan and his life. I asked the other prisoners in cell two hundred and twenty-three to hep him, then I was taken away.

Maybe I carried the blankets with me to return them to the jail.
I put some underpants and a sweater in a garbage bag, I left the soap in the cell together with my cigarettes.

The basements of San Vittore were full of dead, rotten, mouldy things.
I am not sure, but it seems to me there were skulls of mice down there, and shreds of forgotten people…
Maybe entire crews of sailors, dead bones with no name and no flag.
I went though that still and dead sea, full of purulent and infected flies, of carrion animals, of feelings left in pyres of wood not to be set on fire, but to rot in stillness.
Those places were colourless, long tunnels with no life.
God, where was I?
What a place.
What damn isle was I going around in cycles?
Not even Death with her sickle used to go there: the lives of those forgotten people meant too little even to call a fucking soul-collector, a damned shroud-chewer.


That basement felt like a salty lake, a dead sea, a place after some nuclear disaster. I reached the shore of that open and dark, Dylan-Dog-like place…
I walked on the backwash waves in this river full of corpses, of burn papaverine and opium, of distorted visions. And I wished above all to go home, but also to stay there forever.

I spotted some men. At first the lost ones, those who had still to pay and live in the basements.
Then those who wore uniforms, hateful and able of no mercy. Not that I asked for mercy from them, anyway. I wanted to run away, to my mother and father.

Smoking a cigarette under the dull grey and frozen sky of Milan.

And I was out. Miracle or magic, love or play, maybe just destiny. My days inside were over, and that was wonderful. I only had to stop by at the police station in Cernobbio and communicate the beginning of my house arrest, then I would go to my father.

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