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Illustrazione di Giovanni Gastel JR
Illustrazione di Giovanni Gastel JR

Ho surfato con Fish, quest’anno: è uscito dalla comunità, è stato bravo. Abbiamo ripreso le nostre tavole, lui il Natural Surf e io la mia 7.2 Nsp. Abbiamo affrontato le onde col vento di tramontana che sbriciola le creste, siamo saliti su per le verdi montagne di mare di Renaione e ci siamo girati per vedere ognuno la surfata dell’altro. Ho accarezzato l’onda non ancora franta con la mano sinistra e ho goduto nella discesa pancia all’onda. Non sono un grande surfista, lo so. Ma surfare è la cosa che più mi rende felice al mondo. Ora l’estate marina è finita, le tavole sono in secca. Ogni anno mi cimento con il surf da onda, ogni anno divento più bravo, ma invecchio costantemente. Più invecchio e più divento bravo, più vecchio divento meno possibilità ho di diventare bravo sul serio, ogni anno che passa mi toglie la forza nella bracciata, mi leva il respiro delle onde. Arriverà un momento in cui sarà solo faticoso, e non accrescerò più le mie capacità di salire sul lip, sulla cresta, non migliorerò la sveltezza nelle manovre e trovare il giusto punto di rottura si farà impresa difficile. Il surf sarà solo un ricordo, ma uno di quelli che ti fa sorridere sul serio.
Per ora sto ancora migliorando.
Il mio punto di rottura personale non è ancora arrivato.

Il siciliano mi disse di vestire la tuta, e di uscire per raggiungere le scale, da lì sarebbe passato il ragazzo da punire. Eravamo già in molti, ed era ovvio che solo i primi avrebbero avuto la possibilità di scagliarsi contro il detenuto molestatore prima che potesse chiamare le guardie.
Mi vestii lo stesso, un ordine non si può certo contestare, così, mestamente, m’infilavo la tuta e le scarpe da ginnastica. Il mio pensiero ai 45 giorni da scalare alla mia pena restava una pensata silenziosa. Andavo a fare il mio dovere di detenuto per bene. Poi, mentre uscivo dalla cella, il siciliano mi disse che erano già in tanti, che non c’era bisogno, che l’avrebbero fatta loro, l’imboscata di giustizia, al ragazzo.
Andò proprio così: il molestatore si prese due pugni in faccia e un calcio sulle gambe, poi l’infame urlò, con calma arrivarono le guardie e tutto finì. Non seppi mai che fine avesse fatto quell’uomo. Durante l’ora d’aria sentii raccontare la storia degli schiaffi qualche volta, poi nessuno ci pensò più. Era usuale questo tipo di punizione per i pedofili, per gli infami – chi aveva denunciato altri per avere sconti di pena – e per i violentatori. Sentii di macchinette per caffè avvolte nella federa del cuscino e poi scagliate contro i volti di questi maledetti.
Passava il tempo, io avevo inoltrato la richiesta per lavorare in biblioteca e per allenarmi con i pesi nella piccola palestra. i pesi venivano controllati dopo la fine di ogni ora, per verificare che nessuno li avesse presi per commettere atti violenti all’interno del carcere. Questo mi ricordava la conta dei coltelli dopo il turno in cucina in comunità, a Le Portage, per evitare che qualcuno si facesse giustizia privata durante il sonno. Il vecchio membro in carica – il kitchen operator – e lo Staff estraevano i coltelli dal cassetto preposto e li contavano insieme, poi li chiudevano con un lucchetto e l’operatore portava la chiave al sicuro nella staffroom. La conta dei coltelli… ricordi di una vita passata, quasi dimenticata perché lontana nel tempo, e ora velati dal senso estremo della realtà che scorreva al Bassone. Tutto sommato non andava poi così male, là dentro, molto meglio che a San Vittore, ma si sa che nei carceri piccoli la vita è migliore.
Vari personaggi riempivano i miei già densi pensieri: ragazzi grassi che correvano col cellophane intorno all’addome per dimagrire, un uomo col muscolo del braccio sinistro rotto da un taglio che non poteva allenarsi e che ostentava il suo handicap con fierezza e con una finta nostalgia dei tempi in cui era grosso, in cui contava qualcosa.
Altri giocavano a carte, tra questi Q. era la voce più forte: non vinceva ma si faceva sentire, e si ostinava a giocare anche se gli altri non lo volevano. Pessimo giocatore ma carattere da duro.
Un albanese si toglieva sempre la maglietta, durante l’ora all’aperto, e io mentre correvo ammiravo il suo tatuaggio sulla schiena: un Cristo con le nuvole sopra la testa da cui filtravano raggi del sole, una pioggia di luce che illuminava il volto coronato di spine di Gesù. Bellissimo: è una delle visioni del carcere che ancora mi accompagna, mentre molte altre storie si sono perdute mentre ho provato a rincorrere la vita dopo il carcere.
Un uomo sui quarantacinque anni piangeva spesso perché aveva molti anni da scontare e aveva una figlia piccola fuori. Avrebbe dovuto stare lontano da lei, perdersi la sua infanzia e lunga parte dell’adolescenza. Questo non lo faceva pentire di ciò che aveva fatto, non l’ho mai sentito in colpa per gli atti commessi, piuttosto gli sfiorava, e anzi era già dentro di lui, la pessima convinzione che parlando, facendo il nome di altri, infamandoli, in poche parole, sarebbe uscito prima. Nessuno lo ascoltava, lo consideravano una merda, uno da cui stare lontano. Io ogni tanto passavo davanti alla sua cella, magari dopo una visita dei miei o dopo la doccia, e gli facevo un cenno con la mano, in saluto.. Solo questo, di più sarebbe stato dannoso per me, ma quest’uomo, diviso tra l’amore filiale e il giusto costume da usare in carcere, mi faceva pena.
Mi ero fatto degli amici, al Bassone. Amici insoliti, che non avrei mai immaginato, dopo una vita rocambolesca passata a prendere e dare botte contro i Nordafricani, dopo aver frequentato la durezza delle piazze dello spaccio a Milano. Un ragazzo immenso che veniva dalla Bulgaria, con un cobra tatuato su tutta la schiena che gli usciva sul collo, mi aveva preso in simpatia. Io ho sempre amato i tatuaggi e il suo era davvero stupendo. Iniziammo a chiacchierare, e mi parlò del suo amore per una ragazza del suo Paese, una prostituta che lui proteggeva e che era costretto a picchiare spesso.
Io ogni tanto gli facevo capire che non era un atteggiamento da esaltare, che non era cosa da gentiluomini, lui si metteva a piangere perché si sentiva un po’ in colpa e soprattutto perché gli mancava quella ragazza magra che lo mandava affanculo ogni volta che poteva. Ne era perdutamente innamorato, e questo mi piacque. Fragile e violento, il suo serpente, avvolgente come può essere l’amore, cattivo, anche, ma soprattutto una serpe fatalmente innamorata,.
Per passare il tempo iniziai a raccogliere in cella giornali di tatuaggi, e provai a crearne di miei. I primi disegni facevano davvero pena. Presi un libro, in biblioteca, sull’arte cinese di Pu Sung Ling, e provai a copiarne il lavoro con matite colorate. Mi mettevo vicino alle sbarre, in modo che gli altri carcerati potessero vedermi al lavoro. Ci si sente meno soli, ecco, ad ascoltare il rumore delle voci alte e delle suole che battono il corridoio. Avevo anche un libro di immagini sacre, e provai a disegnare una Madonna. Divenni: “quello che disegna sempre”, e dopo non molto iniziarono a richiedermi disegni di Madonne e Cristi con la corona di spine, e un’infinità di Padre Pii. Qualcuno aveva richieste meno sofisticate, come le Wings sulle buste da lettera per le figlie.
Un uomo mi chiese di tradurgli una lettera per la moglie dall’inglese all’italiano. Lo feci e ne fui contento. Fu così che me la cavai, al Bassone: dopo avere accantonato il desiderio di uscire presto, la residenza lì mi fu un po’ più leggera, il tempo era spesso pieno di cose da fare. Ovviamente non chiesi mai a nessuno un compenso: se posso dire una cosa meravigliosa delle carceri è proprio questo senso di aiuto, di fratellanza che accomuna tutti senza la necessità di ridare, di ricompensare, di barattare se stessi per qualche grammo di caffè.
Conobbi un altro ragazzo, doveva essere un capo zingaro: aveva dei tatuaggi raffinatissimi. Passai qualche sigaretta al gitano che mi regalò una collanina di corda e legno. Divenne presto un altro dei miei inattesi amici, molti mesi dopo la sua croce veniva riposta nel comodino di casa, insieme ad altri gioielli.
Se durante le maledette immersioni nella mia vita sbandata mi ero spesso battuto contro pusher e criminali stranieri, beh, al Bassone dovetti ricredermi e constatare che i miei amici più franchi, là in carcere, erano proprio gli stranieri. Un ragazzo marocchino dal sorriso largo e sincero mi chiese più volte di disegnare rondini sulle lettere per la moglie.
I carcerati cinesi si fanno tatuare le rondini sul dorso della mano, perché quella è l’unica parte del corpo che fuoriesce dalle sbarre, e, muovendo le mani oltre il metallo, le rondini appaiono libere, e, forse, una parte della loro anima afflitta si protrae volando fino al cielo degli uomini liberi.
Ho dimenticato ogni nome, oltre a quello indelebile dei miei concellini. Anche il ragazzo nord africano mi lascia solo il suo sorriso nella memoria. Ricordo che un giorno nella sua cella prepararono il tiramisù e ne portarono quattro fette alla 120, la nostra. Fu il primo regalo ricevuto al Bassone che riuscii a condividere con gli altri. Ne fui orgoglioso: questa è le legge del carcere. Dai sempre, se puoi. Prima o poi riceverai, magari da altri.
Le rondini me le sono tatuate anche io, a Mortara, molto tempo dopo. Sono le rondini che vedevo da piccolo in Toscana, con mia madre e mio padre ancora insieme: volavano fin sotto i tetti dove avevano costruito il nido, e da lì si intravedevano le testoline dei piccoli. Ora che sono adulto non mi sento diverso quando le guardo volare nel cielo terso o quando portano il cibo ai loro piccoli: è sempre quel sentimento vago e infinito di meraviglia che mi abita dentro.
Le mie rondini le porto inchiostrate ai lati del collo, nel becco hanno un nastro con la scritta “Homeward bound”, che significa “diretto a casa”.

Illustrazione di Giovanni Gastel JR

 

The Knives count

I went surfing with Fish this year. He is out of the halfway house. He was good. We took our boards back: the Natural Surf for him, the 7.2 Nsp for me.
We faced the waves as the
Tramontana was blowing the crests away. We climbed the green sea mountains in Renaione and we turned around to watch each other surfing. I caressed the wave before it broke with my left hand and I was elated in the belly-down descent.
I am not much of a surfer, I know. But there is nothing in the world that makes me happier than that.
Every year I try, every year I improve, but I get older, too.

The older I get, the better I am. The older I am, the less unlikely I am to become really good at it. Every year that’s gone has taken away strength from my strokes and breathe in the waves. A moment will come when surfing will be only though, when I won’t improve my ability of getting on the lip, on the crest any more, I won’t increase speed in movements and I it will be difficult for me to find the right breaking point. Then, surfing will be only a memory, but a really happy one.
For now, I am still improving.
My personal breaking point hasn’t come yet.

 

The guy from Sicily told me to wear the jumpsuit and get to the stairs, where the guy to be punished would pass. There were a lot of us already, it was clear that only the first would move on the harasser before he could even call the guards.
I dressed up anyway, you can’t challenge an order. I sadly put on my jumpsuit and my sneakers.
I silently thought of the forty-five days that could be taken off my penalty. I would do my duty as a good prisoner. Then, as I was leaving my cell, the guy from Sicily told me there was plenty of them already, and I didn’t need to go, they would ambush the boy themselves, for justice.

Things went this way. The harasser was punched in the face two times, and kicked in the legs. Then, the vile screamed, the guards slowly arrived, and everything was over. I never knew what happened to that man. In the free hour I heard sometimes the story of the beating, then no one thought about it any more. Such a punishment was usual for paedophiles, vile those who had accused others to obtain a reduction in the penalty , and rapists. I heard of coffee machines wrapped in pillowcases and thrown against their damned faces.

Time went by. I had applied for the job in the library and the permission to work out with weights in the small gym.
The weights were checked every hour, so that no one could steal   and use them for some violent action inside the prison. That reminded me of the knives count after every kitchen shift in the halfway house Le Portage. They did it to avoid anyone from making justice during the sleeping hours.
The older in charge – the kitchen operator – and the staff took the knives from the drawer and they counted them together. Then, they locked them in the staffroom. The knives count… Memories from a past life, an almost forgotten life, distant in time, and now they came back with a new meaning in the reality of
Bassone. After all, it wasn’t that bad there. It was much better than in San Vittore, but everyone knows that life is better in smaller prisons.

My thoughts were filled with various people: fat boys running with cellophane wrapped around the belly to lose weight; a man with a cut in the muscle of the left arm, he couldn’t exercise, but proudly showed off his handicap and pretended to miss the old times when he still counted something.
Some others played cards. Among them, Q was the strongest voice: he didn’t win, but yelled, and kept on playing even though the others didn’t want him to. A very bad player, but with a strong character.

A man from Albany that took always the shirt off during the free hour, and as I run, I admired the tattoo on his back: a Christ with clouds on his head and sunbeams that passed though them, a rain of light litting up Jesus’ face under the crown of thorns.
Wonderful: one of the memories from prison that I brought with me. There were a lot of other stories that I forgot when I tried to chase the life
after the prison.

A 45-year-old man often cried because he had many years of prison ahead and a small daughter outside. He should stay away from her, miss her childhood and a lot of her teenage years. He didn’t regret what he had done, I never heard him saying he was sorry for his mistakes. He thought – and he had that awful conviction inside – that the more he would insult the others, the sooner he would get out. No one paid attention to him, they considered him as shit, someone to keep at arm’s length. Sometimes I passed in front of his cell, maybe after a visit of my parents or a shower, and I waved to him. That was all, more than that would have turned harmful, but I pitied that man, torn between paternal love and prison code.

I made some friends in Bassone. Unusual friends, whom I could have never imagined before, after a daring life spent in fights with Northern-africans and in the tough squares of Milan. There was a huge guy from Bulgaria, with a cobra tattooed all over the back up to the neck, he liked me. I have always loved tattoos and that one was truly amazing. We started chatting, and he told me about his love for a girl from his country, a whore he defended and often beaten up.

Sometimes I tried to persuade him that it wasn’t something to boast upon, that it wasn’t a gentlemen’s thing. Then he burst into tears, because he felt guilty, and above all he missed that skinny girl that insulted him every time she could. He was hopelessly in love with her, and I liked that. His serpent was fragile and violent, beguiling as love can be, and evil like a viper hopelessly in love.

To spend time, I started to collect in my cell papers about tattoos, and I tried to create some myself. The first sketches were really wretched. In the library I borrowed a book about the Chinese art of Pu Sung Ling, and I tried to copy his work with colour pencils. I sat near the bars, so that also the other prisoners could see me at work. You feel less alone, if you hear the loud voices and the soles hitting the aisle. I also had a book of sacred images, and I tried to draw a Madonna. I became the one that is always drawing, then they began asking me pictures of Jesus, and Madonnas, and a lot of Fathers Pios. Someone asked for something less difficult, as the Winxs on the envelope to sent to their daughters.

A man asked me to translate a letter for his wife from English towards Italian.
I did it and he was happy. That’s how I got by in
Bassone: after giving up the idea of leaving soon, my stay in there became much easier, my time was full of things to do. Of course, I never asked anything in return: if I should find something wonderful about prisons, it would be this sense of help, the fraternity that links everybody with no need to return, to compensate or to sell themselves for a few inches of coffee. I met another guy, a gypsy head: he had finely-refined tattoos. I gave the gypsy some cigarettes, and he gave me a necklace of wood and rope. He soon became one of my unexpected friends. Many months later I put his cross in my night-stand together with the other jewelry. If diving into my stray life I had often fought against pushers and foreign criminals, in Bassone I had to change my mind and discover that my truest friends in prison were the foreigners. A Moroccan guy with a gentle smile asked me many times to draw sparrows on the letters for his wife. Chinese prisoners have sparrows tattooed on the back of their hands, because hands are the only part of the body that can go beyond the bars, and when the hands move behind the steal, the sparrows seem to be free, and maybe a part of their afflicted soul flies up to the sky of the free men.

I forgot every name except the indelible ones of my cell-mates. Even the Northern-African guy has left me nothing but the memory of his smile. I remember one day when they prepared tiramisù in his cell and bought some to the n°120, ours. That was the first gift I received in Bassone I could share with others. I was proud of that: this the prison’s law. Always give, if you can. Sooner or later you’ll be given something, maybe by someone else.

I had sparrows tattooed, too, in Mortara, much later on. Those are the sparrows I used to see in Tuscany when I was a child, when my mother and my father were still together. They flew under the roofs, where they had built their nests, and you could barely see the heads of the small ones. Now that I grew up, I don’t feel any difference when I look at them flying in the bright sky or bringing food to their babies: a vague sense of wonder that lives within me. My sparrows are stuck on the sides of my neck. In their beck they bring a ribbon with two words: homeward bound.

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