L'anello della Geisha- Samurai realizzato per mia madre

Blindo – La Genesi
Credits:
Grazie a mia moglie, Manuela BaruzziGastel che non smette mai di supportarmi…
A Lucrezia Spiezio, mia agente preziosissima,
A Federico Alpi, editor d’eccezione,
A Carlo Mazzoni e a Roberta Ruiu, overseers fondamentali.
La prima illustrazione è frutto dell’estro di Daniele Desperati.
Le foto che mi ritraggono sono scatti geniali di Leonardo Bechini, amico fraterno e fotografo talentuoso.
Le altre illustrazioni sono disegni realizzati da me durante la carcerazione: presi un libro dalla biblioteca e cercai di ripetere le opere contenute in una raccolta di novelle di Pu Songling, autore seicentesco cinese. Sono state fatte con matite e qualche pennarello.
Ho sempre amato l’idea di un racconto a puntate, ispirandomi all’idea visiva dei giornalisti e degli scrittori americani del ‘900, camicia chiara con le maniche rimboccate e con la cravatta scura, storta, nodo irregolare. Le redazioni fumose e la penna dietro l’orecchio, i grandi scrittori capricciosi, gli editori con la porta dell’ufficio di vetro con il nome scritto sopra: tutto questo mondo immaginario mi ha portato al desiderio di concepire un racconto lungo diviso già nella mia mente in episodi.
Ho scritto Blindo pensando che sarebbe stato un racconto a puntate, e Lampoon mi ha dato credito. Abbiamo così preso il testo e lo abbiamo adattato alla periodicità e alla velocità di narrazione destinata al sito web, e non al cartaceo, se non per la puntata d’esordio. Lampoon ha così ottenuto l’esclusiva per pubblicare Blindo per prima, rispetto al mio blog, House of words, che rimaneva di un episodio indietro.
Ora su House of words trovate un po’ di materiale sulla genesi di questa storia, nata dalla lucida velleità di riportare sopra la pagina un pezzo di vita vissuta anni fa. Spesso il lettore si chiede quanto ci sia di vero nel testo, è una domanda legittima, ma non sono convinto che rispondere sia altrettanto interessante, né necessario: un racconto vale per quello che suscita, funziona se emoziona, e basta…
Mi è sempre piaciuto moltissimo il finale degli scritti, l’ultimo capitolo di un romanzo: avendo diversi episodi avrei avuto più “finali” da redigere! Mi sono così insinuato in una tradizione letteraria che ho apprezzato anche grazie ai fumetti, quelli italiani più che i cosiddetti Marvel, in realtà: Casa Bonelli sforna dei piccoli capolavori.
Nell’idea originale Blindo avrebbe dovuto subire un editing violento, così ho pensato che sul mio sito, www.houseofwords.it, avrei concesso ai lettori la versione originale(cosa accaduta!), ma pensando che sarebbe stata distante molte parole da quella originale. In realtà Federico Alpi con lo staff di Lampoon ha sfiorato solamente gli scritti, dandomi molta fiducia editoriale e non limando più di tanto la storia. Lampoonè stata la spinta iniziale e l’ultimo arrivo di questa storia, e ringrazio tutti profondamente.
Tre sono i livelli narrativi di Blindo:
1) la vita in carcere con la quotidianità delle giornate vissute nei due penitenziari a distanza di 4 mesi l’uno dall’altro, San Vittore di Milano e il Bassone di Como,
2) la metafora della navigazione: la seduzione facile di restare sempre ormeggiati all’àncora o vicini alla riva contro il desiderio pauroso e indomabile di prendere finalmente il largo superando lil terrore assoluto del mare aperto per navigare verso il Mare degli uomini liberi
3) la presenza su tutto della mia famiglia, con le figure di mia madre e di mio padre che intervengono per ammorbidire o per rendere emozionale il racconto e che attraversano le pagine e le sovrastano, Blindo è dedicato principalmente a lei, e a mio padre.
Il “blindo” è,in gergo, la porta che chiude la cella durante la notte, o in particolari situazioni di emergenza. Le celle hanno due porte: una è quella a sbarre verticali, attraverso cui si può parlare, mentre il nominato blindo è una porta piena, con solo una piccola finestrina da cui gli appuntati controllano l’interno. È particolarmente claustrofobica. Al Bassone di Como raccontano che quando l’assassino Olindo Romano passava per i bracci del carcere, gli assistenti (le guardie!) chiudevano il blindo delle celle per evitare il lancio di oggetti verso quel detenuto odiato da tutti. Pare che gli appuntati dovessero difendere anche se stessi, perché qualcuno, in qualche modo, riusciva nel lancio.
La cella può essere di diverse grandezze, quella del protagonista misurava circa 8 metri quadrati, per ospitare da due a quattro persone. Quando si è in quattro, uno deve stare obbligatoriamente seduto, uno deve stare a letto, uno magari affacciato alle sbarre e uno può stare in piedi. In alcuni carceri o in particolari bracci la doccia può essere nella cella, ed è assurdo perché invade lo spazio abitabile ed è in contiguità con il lavabo per la (impossibile!) cucina, in altre è in comune, e la cella può godere di una cucina di qualche centimetro in più.
Dalla finestra si vede poco o niente, devi trovare spazio attraverso la mente, per non impazzire.
La doccia si fa con le mutande, non c’è violenza anche se è sempre meglio andare con qualcuno che si conosca. È vietato radersi proprio per igiene comune, ma qualcuno se ne frega. L’acqua calda non è garantita, come invece è garantita la televisione in cella.
Il tuo nome, a meno di fare parte di una cricca malavitosa, non conta nulla.
Durante la prima carcerazione ero spesso irrigidito perché non sapevo nulla di come funziona il carcere, non conoscevo l’ubicazione di alcuni uffici o dell’ambulatorio, e altri luoghi all’interno della struttura rimanevano lontani come miti: la Nave, che è una parte di San Vittore all’ultimo piano, è un luogo in cui si dice sperimentino una carcerazione più libera: si possono usare i computer e c’è la condivisione delle celle: esse rimangono aperte durante le ore d’aria, e i detenuti possono circolarvi liberamente. I carceri di provincia sono considerati più vivibili: c’è più spazio, non sono porti di mare come San Vittore: i carcerati hanno più libertà e si conoscono meglio, tra loro.
Durante l’ora d’aria (ne hai due, e per le restanti 22 ore rimani chiuso dietro le sbarre) si passa in cortile, in genere: un luogo di cemento, dappertutto tranne sul cielo. La gente cammina veloce per smaltire la noia e la frustrazione e chi fa il giro largo del quadrilatero lo fa di corsa. D’estate è torrida, d’inverno gelida, umida, fastidiosamente indispenabile. Spesso i detenuti fanno accordi per poi vedersi a fine pena, e organizzare traffici e legami malsani. Altri organizzano la vita dentro, scambiandosi cose e altro. La droga è molto difficile da trovare dentro, io non l’ho mai cercata. Si raccontano soprattutto le motivazioni per cui ti hanno arrestato e le modalità della cattura, spesso esagerando nel racconto.
Ricordo che un uomo di 45 anni mi disse, gentile: “Giovanni, sei finito qui per qualche motivo, e qui devi stare. Ma promettimi che non ti metterai d’accordo per altre cazzati illegali con qualche coglione una volta fuori: è il modo migliore per tornarci, poi entri in un turbine di malavita che ti riporterà sempre più spesso qui, dentro. Sembri un ragazzo in gamba, esci di qui e finisci di fare cazzate, non le meriti, non è il tuo campo, mira altrove e punta in alto.”
Il resto l’ho dimenticato, perché ho vissuto e ho scritto, ho passato quel periodo maledetto e ora navigo, lieto anche senza la mia polena, la mia meravigliosa madre, per il mare aperto, in quello che amo chiamare:
“Il mare degli uomini liberi”.

About The Author

Leave a Reply

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Close